La Nuova Ferrara

Ferrara

Vite stravolte da una diagnosi sbagliata

di Alessandra Mura
L'ospedale del Delta
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L'ospedale del Delta

Tumore inesistente, parla il nipote dell’anziano: «Anche a 86 o a 90 anni si deve avere diritto alla massima attenzione»

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ROVERETO. «Abbiamo deciso di fare denuncia non per ottenere chissà quale risarcimento. Lo abbiamo fatto per tutti quei pazienti anziani che si possono trovate nella situazione di mio nonno, ma non hanno parenti giovani in grado di intervenire e impedire che vengano considerati come fossero già morti. Perché puoi avere 86 o 90 anni, ma sei un essere umano e meriti uguale scrupolo e attenzione, e non di essere girato e rigirato come una monetina come è successo a mio nonno».

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A parlare è il nipote del signor S., il pensionato di Rovereto rimasto tre mesi immobilizzato a letto per un tumore inesistente, dopo una diagnosi sbagliata all’ospedale del Delta: non era una neoplasia maligna all’esofago, ma un’ernia iatale.

Da questa vicenda suo nonno è uscito profondamente provato.

Mio nonno, pur avendo 86 anni, era una persona del tutto autonoma e molto attiva. Andava in bicicletta, apparecchiava, curava il giardino. Non aveva bisogno di nessuno.

Come si è manifestato il malessere che lo ha portato al pronto soccorso?

A tavola. Faceva fatica a deglutire, si sentiva soffocare. Il cibo non andava giù.

All’ospedale cosa vi hanno detto?

Gli hanno fatto i raggi e fin da subito ci hanno detto che c’era “qualcosa di poco bello”. E hanno deciso di ricoverarlo.

Ed è stata eseguita poi una gastroscopia.

Sì, fuori c’era mia zia ad attenderlo. Quando è uscito ripeteva “ho sentito un male, ma un male che non potete immaginare, non ne voglio più sapere”. Con il senno di poi, mi viene il dubbio che possano avergli bucato l’ernia. Tornato in reparto, gli hanno fatto delle sacche di pantorc (un farmaco per l’ulcera e il reflusso esofageo ndr). E noi abbiamo atteso il referto.

E la diagnosi è arrivata dopo quanto?

Una ventina di giorni. Ma sono andato io all’ospedale a prenderla, perché non ci chiamavano mai. Per poi scoprire che era arrivata da una settimana.

Nel frattempo suo nonno era già bloccato a letto.

Lo costringevano a stare immobile. Ma lui voleva alzarsi, camminare. Abbiamo discusso con i medici e gli infermieri, per questo. Ma non c’è stato verso: “Se cade poi ci denunciate”, è stata la risposta.

Il responso non vi ha lasciato speranze.

Sì, tumore maligno. L’unica strada era quella delle cure palliative.

E avete deciso di trasferire il nonno all’Ado.

Veramente è stata una decisione dell’ospedale. Una mattina andiamo al Delta e troviamo il letto del nonno vuoto. Pensiamo subito al peggio. E invece l’avevano portato all’Hospice di Codigoro.

Dove vengono praticate le cure antidolore.

Esatto, cure palliative massicce, e costosissime, per un tumore che non c’era. Mio nonno era sotto terapia antidolore, alimentato con la sonda perché il cancro all’esofago ostruisce l’apparato digerente. Gli si erano gonfiate le caviglie in modo spaventoso. A un certo punto hanno dovuto perfino riportarlo al Delta, perché non riuscivano nemmeno più a trovargli le vene. Il mio povero nonno era in uno stato pietoso, ridotto a uno scheletro. Ma volevamo provarle tutte, perché non soffrisse.

Anche rivolgervi a un luminare.

Sì, un professore di Bologna. I medici però ci hanno impedito di portarlo, dicevano che c’era il rischio di un’emorragia, che poteva morire. Allora al professore abbiamo fatto vedere solo le carte. E lui, dopo dieci minuti di colloquio e 400 euro di parcella, ci ha detto che con quella diagnosi al nonno restava sì e no un mese di vita. E ci siamo rassegnati.

Finché...

Finché un bel giorno ci chiamano dall’Ado. “Sta succedendo una cosa strana”. Succedeva che avevano dovuto interrompere l’alimentazione artificiale, perché il nonno diceva che non ne poteva più dalla fame, che voleva mangiare. Molto strano, con un cancro all’esofago...

Così ha ripreso a mangiare da solo.

Si vede che con tutto quel pantorc le ulcerazioni si erano cicatrizzate. Prima brodo e cibi teneri. Poi un po’ di tutto. Così la dottoressa dell’Ado ci ha suggerito di ripetere la gastroscopia. Siamo andati ancora al Delta, ma da un dottore diverso. E questa volta il nonno non ha sentito niente. Sfido che, dopo il primo esame, non aveva voluto farne un altro, con tutto il male che aveva sentito. Ma perché i medici non ci hanno convocato? Va bene, un errore può capitare, ma mi addolora pensare che, trattandosi di un anziano di 86 anni, abbiano pensato non ne valesse la pena, perché tanto ormai c’era poco da fare.

La seconda diagnosi è stata molto diversa.

Erano tutti allibiti, hanno chiamato anche il primario. Si sono scusati. Già, ma non sanno cosa vuol dire tre mesi di calvario inutile. Tutte le sere dovevamo alternarci per andare all’Ado, mia mamma ha dovuto mettersi in mobilità, per poterlo assistere. Per non parlare di mio nonno: ha perso autonomia e lucidità, non è più la stessa persona. Ora abbiamo dovuto sistemarlo al piano terra, con un lettino, e dovremo fare lavori in casa, per ricavare un bagno vicino. Ci siamo sentiti abbandonati, abbiamo perfino faticato non poco per farci consegnare la documentazione clinica. Per questo abbiamo voluto reagire: per quello che ha sofferto mio nonne e per tutti gli anziani che rischiano di trovarsi nella stessa situazione senza nessun parente a difenderli.

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