«Non corruzione, ma ricatti per non fallire»
Melazim e Danu si difendono: anche i Finanzieri ci hanno detto che in realtà siamo vittime
Non corrotti, ma ricattati. Così si sono difesi ieri gli altri due coimputati del processo Acer. Sono due piccoli artigiani. Anzi, almeno in un caso erano, perché la ditta di Albrahimi Melazim, albanese di 46 anni, padre di cinque figli, ha abbassato la serranda all’inizio di quest’anno. C’era Melazim, sul furgone che nel novembre del 2012 si fermò davanti alla sede dell’Acer per consegnare al geometra Luca Rivelli una delle mazzette, sotto le telecamere piazzate dalla Guardia di Finanza che stava ormai stringendo le fila dell’inchiesta. Secondo Rivelli quegli scambi di denaro erano frutto di accordi. I due artigiani hanno replicato che erano costretti a pagare, per continuare a lavorare. «Io non ho mai offerto soldi - ha detto ancora Melazim - perfino i Finanzieri mi hanno detto che in realtà ero una vittima».
Lo schema era semplice: gli artigiani ottenevano commissione per ristrutturare alloggi Acer attraverso la Cooperativa Unione, e provvedevano a rifare i pavimenti e ad altre opere edili. Poi arrivavano le contestazioni, la prospettiva di ritardare la consegna delle case e, quindi, di pagare la penale. Sulla testa di Danu ne pendeva una da 14mila euro per lavori eseguiti a Tresigallo: «Rivelli mi propose di pagargli 5.700 euro per non far scattare la penale, pur sapendo che avevo l’acqua alla gola». Melazim ha descritto altre situazioni-fotocopia: «Rivelli mi disse che i lavori in via Martiri del Lavoro, a Barco, non erano ben fatti, e che se non pagavo 1.500 euro avrebbe detto che l’impresa non era adeguata. Diceva anche che quei soldi si potevano ricavare gonfiando le spese, ma era impossibile perché l’Acer era molto precisa nei prezzi». Stessa cosa per gli alloggi di via dell’Unione, a Baura, e poi ancora per altri lavori al Barco: tangenti da 1.500 euro per aggiustare le cose, o addirittura pagamenti anticipati, prima ancora di eseguire i lavori.
Perché subire? Perché non denunciare? «Avevo paura - ha risposto Melazim - c’era la mia parola contro la sua, e comunque dovevo lavorare, ho una famiglia numerosa da mantenere. Delle richieste di Rivelli non ho parlato con nessuno, lui mi diceva sempre di stare zitto con tutti, ma non sono mai stato io a offrirgli denaro, era lui a chiederlo. E quando hai avuto in anticipo i soldi dalle banche per poter lavorare, non hai molta scelta, per non fallire». Così come non c’era scelta a prendere appalti all’osso: «Dal momento che c’era questo ribasso e lo accettavo, c’era poco da dire, lo facevi e basta».(a.m.)
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