Quei lavori mai pagati per il presidente
Ferrara, in aula l’ex numero uno Ivan Ricci: «Era Dianti a voler fare tutto gratis». E un altro testimone finisce nei guai per falso
FERRARA. «Io quei lavori li volevo pagare. Ma lui non ne voleva sapere. “C’è tempo, adesso avete altri pensieri”, mi ripeteva. Mai visto un preventivo, mai un conto». Ivan Ricci, ex presidente Acer, era uscito dell’inchiesta-bis sulle presunte mazzette nel gennaio di quest’anno, con l’archiviazione e la caduta dell’accusa di aver dirottato nelle casse del Pd i soldi derivati da alcune consulenze esterne commissionate dall’Azienda Casa. Ieri, in tribunale, dove è stato chiamato a testimoniare dalla difesa dell’imputato Salvatore Di Salvarore (ex funzionario Acer accusato di concussione per aver preteso mazzette dalla Global Impianti in cambio di appalti), è stato risucchiato nella vicenda per parlare dei suoi rapporti con Filippo Dianti, il titolare della Global Impianti che con le sue dichiarazioni (e i video girati di nascosto), ha fatto scoppiare lo scandalo Acer e finire a processo Di Salvatore, nonché i tecnici Acer Luca Rivelli e Ruggero Sinigallia, già condannati in abbreviato.
C’è pure una decina di lavori per 30mila euro eseguiti da Dianti a casa di Ricci, mai messi a contabilità e mai pagati, tra gli aspetti del rapporto tra l’ex presidente e l’ex amico di famiglia, come la tinteggiatura della cucina, la sistemazione dei pozzetti del giardino, l’installazione del climatizzatore, il risanamento di un’infiltrazione di umidità. «Era il mio vicino di casa, eravamo amici di vecchia data e poi Filippo divenne il mio uomo di fiducia all’Acer quando cominciai l’opera di risanamento dell’Azienda - ha riferito Ricci - Per mia moglie era diventato un fratello; quei lavori che ci offriva erano motivo di imbarazzo, tant’è che per sostituire alcune tapparelle ci eravamo rivolti a un’altra ditta, e Filippo si era quasi offeso quando l’aveva saputo. Data la nostra amicizia, non avrei mai pensato che potesse avere secondi fini, nè che all’Acer potessero ritenermi una persona malleabile e influenzabile».
È l’avvocato Alberto Bova, che rappresenta lo stesso Dianti costituito parte civile, a metterlo in difficoltà: «Mi risulta che il progetto per l’impianto elettrico per l’installazione del clima sia stato eseguito da un ingegnere dipendente Acer». «Non lo so - risponde Ricci - a quell’epoca ero a Milano per curarmi da una grave malattia, io delegavo tutto, in casa». E ancora: «Se Dianti non le ha mai fatto avere preventivi, perché non ha incaricato altri tecnici per un computo metrico, per poter saldare le spese?». Ricci non fa in tempo a rispondere. È il giudice Luca Marini a stopparlo: «Questo non è un processo a Ivan Ricci». «Non ancora», è la replica sibillina del legale.
Si torna allora a parlare delle mazzette Acer, delle “voci” giunte all’orecchio di Ricci su un giro di tangenti all’Azienda Casa. A metterle in circolazione, riferisce l’ex presidente, era stato uno dei consiglieri, Kiwan Kiwan. «Andai a casa sua e lo aggredii: cosa sono queste voci? Lui prima tentennò, poi ammise che a parlarne era stato Dianti, e che a chiedere i soldi era Di Salvatore, che pretendeva anche che fosse assunta sua moglie». Il successivo faccia a faccia tra Ricci e Dianti non fu meno turbolento: «Io non ci volevo credere. Gli chiesi perché non ne aveva parlato con me: “certe cose potresti dirle solo se fossi d’accordo anche tu”, gli dissi. Lui era rosso in viso, balbettava. Gli chiesi se aveva le prove, lui disse di sì ma poi non si fece più sentire, tantomeno mi parlò delle registrazioni e dei video. Gli dissi di rivolgersi alla magistratura». E perché non fu lo stesso Ricci a farlo? ha chiesto il pm Castaldini: «Dalle verifiche interne non era emerso nulla. Mi sembravano accuse risibili, e non volevo danneggiare l’azienda».
La moglie di Di Salvatore, peraltro, se non fu assunta, lavorò comunque alcune giornate nelle pulizie negli alloggi da consegnare agli inquilini. Lo ha confermato lei stessa, dal banco dei testimoni, rivelando inoltre che, non avendo la patente, veniva accompagnata da un’auto della Global Impianti.
È finita invece con un invio degli atti alla procura per l’ipotesi di falsa testimonianza, la deposizione dell’artigiano Giuliano Micheloni, chiamato a riferire su un passaggio di 4.500 euro. Per l’accusa, una tangente per Di Salvatore. Per la difesa, il compenso di alcuni lavori. Che però il teste è stato così poco convincente a spiegare da finire a sua volta nei guai.
Alessandra Mura
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