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La coltivazione dell’erba medica diventa un caso

La coltivazione dell’erba medica diventa un caso

Scaramagli (Confagricoltura): un vero pasticcio la nuova Pac Le aziende alle prese con gli obblighi della diversificazione

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«Sull'erba medica un vero pasticcio». È questa la posizione di Confagricoltura Ferrara quando i contenuti di alcune note comunitarie sono stati diffusi e per quanto riguarda la nuova Pac, cambiano radicalmente le regole riferite alle superfici. «Per chiarire il cambiamento occorre tornare ai mesi antecedenti alla presentazione della domanda Pac 2015 - spiega il presidente di Confagricoltura Ferrara Pier Carlo Scaramagli - la medica venne classificata come erba e altre piante da foraggio e considerata un prato e, se presente sul terreno da più di 5 anni, un prato permanente».

Le conseguenze erano due: 1) essendo un'erba o altra pianta da foraggio la superficie di medica godeva dell'esenzione dall'applicazione del greening, sia per quanto riguardava la diversificazione, sia per il rispetto dell'obbligo di costituzione e conservazione di “aree a valenza ambientale”; 2) se prato permanente come tale sarebbe scattato l'obbligo di rispetto del terzo vincolo di greening, ossia quello relativo alla conservazione dei prati permanenti. Recentemente gli Uffici della Commissione hanno ritenuto di interpretare che l'erba medica in purezza sia una coltura. Sembra una modifica di poco conto, ma in realtà è sostanziale.

«Se la medica è una coltura - prosegue Scaramagli - non rischia più la declassazione a "prato o a prato permanente", almeno fino a che rimane in purezza, ma non è più ammessa alle deroghe nell'applicazione del greening».

«Le aziende che coltivano medica dovranno rispettare l'obbligo della diversificazione se la loro superficie complessiva a seminativo è superiore a 10 ettari (effettuando due colture) o a 30 ettari (coltivando tre colture) sempre ed inderogabilmente - afferma Lorenzo Zibordi, responsabile del servizio tecnico economico di Confagricoltura Ferrara - ad esempio, un'azienda con più di 10 ettari dovrebbe verificare se il proprio riparto colturale rientra nelle percentuali di diversificazione previste (la coltura più ampia non deve essere più del 75% della superficie complessiva a seminativo) e, in caso di mancato rispetto, "rompere" la parte di medica eccedente la percentuale massima suddetta. È di tutta evidenza che questo aggrava ulteriormente la gestione di una Politica agricola troppo complessa e a volte incomprensibile. Come pure non è ammissibile la brusca virata nella classificazione della coltura, senza tenere conto né del carattere pluriennale della stessa, che limita il rapido adeguamento a norme del tipo di quelle descritte, né delle conseguenze delle scelte colturali operate dalle aziende nelle annate passate. È difficile credere che la Commissione non possa tener conto di tali circostanze». «Confagricoltura ha sollecitato un intervento del Ministero - conclude Scaramagli - che consenta una più equilibrata applicazione della norma. E' indispensabile salvaguardare tutte le situazioni aziendali che hanno usufruito nel 2015 delle deroghe, convalidando la ripartizione colturale descritta con la Denuncia Unica 2015 anche per gli anni futuri».

Andrea Tebaldi

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