I capolavori di De Chirico tornano a Ferrara
E' la mostra dell'anno, ed è stata presentata a Roma: aprirà il 14 novembre a Palazzo Diamanti. Verrà inaugurata dal presidente Mattarella e porterà in città opere mai riunite prima da 100 anni
FERRARA - A cento anni dalla loro creazione tornano a Ferrara i rari capolavori metafisici che Giorgio de Chirico dipinse nella città estense tra il 1915 e il 1918.
Dal “Trovatore” alle 'Muse Inquietanti”, una trentina dei 40 capolavori realizzati da de Chirico durante la sua permanenza a Ferrara, dal 1915 al 1918, saranno riuniti per la prima volta in una grande mostra che aprirà il 14 novembre fino al 28 febbraio negli spazi di Palazzo dei Diamanti e che verrà inaugurata il giorno prima, il 13, dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Un ritorno nella città estense proprio a un secolo dall'avvio di quel periodo cruciale in cui i dettami della Metafisica, rielaborati dal pittore di Volos durante la prima guerra mondiale, iniziano a influenzare le Avanguardie italiane e straniere, come dimostrano le opere di Carrà, de Pisis, Morandi, Magritte, Dalì eccezionalmente esposte accanto a quelle di de Chirico che le ispirarono.
«Ferrara ha sofferto sia della spoliazione delle collezioni estensi sia del fatto che dell'esperienza metafisica di de Chirico non sia rimasta testimonianza in città» ha detto il ministro dei Beni culturali e Turismo, Dario Franceschini presentando l'iniziativa, organizzata da FerraraArte con la Staatsgalerie di Stoccarda (e in collaborazione con l'Archivio dell'Arte Metafisica).
L'impegno e il rigore della ricerca scientifica che stanno alla base della mostra possono dunque in qualche modo risarcire tali perdite e accompagnare con l'evoluzione degli studi le 'leggende metropolitanè, che, ha raccontato il ministro, ancora circolano a Ferrara.
A partire da quella relativa al dipinto 'Le Muse Inquietantì, secondo cui l'artista sarebbe stato colpito dal riallestimento di una vetrina di un negozio, in pieno centro, grazie al quale tutti i manichini erano stati messi in strada. Per Paolo Baldacci, con Gerd Roos curatore di 'De Chirico a Ferrara. Metafisica e avanguardiè, le implicazioni sono più profonde, dal momento che, dopo decenni di studi, è pervenuto a una più precisa caratterizzazione del periodo ferrarese, in cui la poetica dell'artista si trasforma nelle tematiche e nel linguaggio espressivo, in piena, dolorosa sintonia con il momento tragico che il mondo stava affrontando. «Quella del periodo bellico è una metafisica diversa dagli esordi», quando il pensiero di de Chirico inizia a svilupparsi tra Firenze e Milano partendo dall'idea che la dimensione misteriosa, magica, enigmatica della vita sia da ricercarsi non al di là delle cose fisiche, bensì dentro il mondo. Influenzato da 'Ecce Homò di Nietzsche, de Chirico ricerca lo spirito nascosto delle cose attraverso immagini capaci di restituire i suoi turbamenti ed emozioni, affidandosi a temi filosofici, mentre le forme diventano vocaboli.
E se a Parigi si misura con le Piazze d'Italia, o meglio con gli 'Enigmi sabaudì, dato che è sempre Torino a essere raffigurata in grandi tele dalla pittura melanconica e nostalgica, invece a Ferrara, dove arriva nel 1915 con il fratello Alberto Savinio, arruolatosi con lui, de Chirico si chiude in un ambiente cittadino che lo protegge dalla guerra, «la grande pazzia». Ecco quindi, sottolinea Baldacci, che la sua Metafisica cambia contenuti e tecnica, alle prese con le piccole dimensioni della città, degli ambienti e prendono rilievo gli oggetti più strani, un guanto, il pane, i biscotti descritti in modo iperrealista.
«È nella mera realtà che c'è la follia», dice il curatore che ha rivelato che per molti anni la critica non è riuscita a spiegarsi le tele ferraresi, dove prendono vita i grandi manichini, come il 'Trovatorè del 1917, in cui l'artista si rappresenta, «una sorta di autoritratto del pittore-poeta» o 'Le Muse Inquietantì, figure «assurde, guardiane della città».
Un capolavoro che torna a Ferrara dopo 50 anni e si confronta a Palazzo dei Diamanti con le opere degli amici de Pisis e Carrà, anche loro nella città estense, di Giorgio Morandi, ma anche con i maestri delle avanguardie straniere da Magritte a Salvador Dalí, da Max Ernst a Man Ray.
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