Salva Carife tra Renzi e Bruxelles
Prima chance in Consiglio dei ministri. Il Pd preme: impegno sull’Ue
Il decreto legislativo salva-Carife (e altre tre banche) dev’essere adeguatamente istruito e le osservazioni delle due Camere sono arrivate a Palazzo Chigi solo mercoledì. Questo per dire che non è scontata la sua trattazione e definitiva approvazione, anche se il probabile approdo all’ultimo momento della legge salva-Regioni potrebbe favorire un passaggio veloce di pratiche tutto sommato “minori” come questa. Il governo potrà recepire oppure no le osservazioni delle commissioni parlamentari, che vertono in sostanza nello slittamento al 2019 del coinvolgimento degli obbligazionisti subordinati nel salvataggio di banche in difficoltà, quando lo stock delle obbligazioni in circolazione sarà quasi esaurito. È una modifica della direttiva europea, che fissava all’1 gennaio 2016 l’opzione-obbligazionisti, non gradita all’Ue e di conseguenza al Fondo interbancario, che dipende appunto da Bruxelles e Francoforte per il via libera all’operazione. Ieri tuttavia circolava l’ipotesi che il Fitd possa effettuare l’intervento almeno su Carife, cioè il versamento di 300 milioni di euro già stabilito a primavera, subito dopo l’approvazione definitiva del decreto, anche senza attendere il sì delle autorità europee.
Il fronte Ue resta tuttavia il più caldo in questi giorni, come dimostra l’interrogazione di tre parlamentari marchigiani (preoccupati per Banca Marche) del Pd. «Deciso impegno del governo nei confronti della Commissione europea» per superare gli ostacoli all’intervento del Fitd, chiedono Piergiorgio Carrescia, Irene Manzi e Alessia Morani, in quanto i soldi per il salvataggio arrivano da «affidamenti delle prime sette banche italiane per intervenire a sostegno di quelle in difficoltà», quindi non si tratta di aiuti di Stato. Era stato il presidente Fitd, Salvatore Maccarone, in un’audizione al Senato a ribadire il problema.
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