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iniziativa per chiedere l’introduzione della legge

Anche Cento è contro le torture

Anche Cento è contro le torture

Partecipato incontro e applausi per Ilaria Cucchi e Anselmo

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CENTO. Da Cento, un appello a governo e politica nazionale, per introdurre il reato di tortura, una forma di prevenzione e una garanzia per le forze dell'ordine e i cittadini, oltre a garantire la tutela dei diritti umani.

Con l'incontro su “Il reato di tortura: il valore sociale e umano di una legge indispensabile”, indetto dal Pd ieri a Cento, un altro passo è stato fatto nella battaglia contro l'ingiustizia subìta da Stefano Cucchi, che ha pagato con la vita, e dalla sua famiglia.

Come in altre vicende simili, in testa quella di Federico Aldrovandi, quello di Cucchi è un caso simbolo per chi è alla ricerca della verità. Dalla sorella Ilaria e dall'avvocato Fabio Anselmo, da Ivan Greghi (responsabile provinciale Pd legalità e diritti) e da tutta Sala Zarri gremita, innanzitutto un pensiero rivolto alle due donne renazzesi che stanno lottando per la vita a causa di tanta inspiegabile violenza, e un plauso alle forze dell'ordine per aver assicurato in tempi celeri alla giustizia gli aggressori.

Ad aprire il primo appuntamento in Sala Zarri, il sindaco Lodi che ha ricordato l'ordine del giorno approvato in consiglio comunale, per chiedere al governo e al parlamento una tempestiva istituzione del reato di tortura in Italia, con una legge che porti il nome di Stefano Cucchi.

A spiegare la posizione di Amnesty International sul reato di tortura Marina Govoni, mentre Ilaria Cucchi, con grande intensità emotiva, ha ripercorsi gli ultimi sei giorni di vita del fratello Stefano, vittima «dell'indifferenza voluta e del silenzio di 140 persone, pubblici ufficiali».

Un racconto disseminato di «tantissime difficoltà legate ad ostruzionismo e volontà di depistaggio da parte di istituzioni e forze dell'ordine».

Compito dell'avvocato Anselmo infine, ricostruire le tappe di «una vicenda che ha il sapore del terrorismo giudiziario, di un processo durissimo, iniziato con un procedimento di autotutela che ricorda quello mafiosa, di disinformazione. In campo, una strategia comunicativa e di mistificazione della realtà, e tutto ciò che è stato possibile, pur di non ammettere che Stefano è morto a causa del pestaggio, e quindi una tortura, inferta dagli agenti di polizia penitenziaria. Oggi, ho ottime speranze che i responsabili siano stati individuati e che potranno essere presto portati in un processo. Nulla di più sbagliato poi, far credere che la legge contro la tortura sia una legge contro le forze dell'ordine».

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