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Obesità infantile, superarla si può

Samuele Govoni
Obesità infantile, superarla si può

Il percorso terapeutico dell'endocrinologa Rita Tanas, un approccio innovativo che comprende autostima ed empatia per perdere peso e sapersi difendere da derisione e bullismo

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FERRARA. L'eccesso di peso in età infantile è una realtà consolidata anche se, fin quando si può, si tende a ignorarla.  Ci sono soglie però, che quando vengono superate, diventano pericolose per bambini e adolescenti sia in termini di salute, sia di immagine di sé. Un bambino o un adolescente in sovrappeso deve fare i conti non solo con sé stesso e con la propria salute, ma anche con la derisione e i pregiudizi della società. Se è vero che la dieta ferrea, “7 chili in 7 giorni”, per dirla con le parole del cinema, non porta a risultati positivi, è vero anche che da alcuni anni si stanno perseguendo strade e percorsi alternativi. Rita Tanas, pediatra endocrinologa, da tempo a Ferrara lavora per prevenire e curare problemi legati al peso. In questa intervista ci spiega l'importanza che autostima, fiducia ed empatia, ricoprono nella terapia educativa: approccio innovativo di cui lei è sostenitrice.

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Dottoressa, partiamo dalla prevenzione...
“Il percorso oggi proposto per ridurre insieme obesità e disturbi dei comportamenti alimentari (DCA), all'interno della rete scolastica, familiare e pediatrica è riassumibile in tre punti: offrire cibo e attività motorie sane e piacevoli, rivalutando il ruolo di modello di genitori e operatori formati; lavorare con i bambini sull’accettazione delle diversità e la valorizzazione delle doti interiori, offrendo competenze per difendersi dal marketing dell’industria alimentare e dalle trappole di immagini corporee manipolate; e, infine, formare gli educatori ed i pediatri su Colloquio di Motivazione, Comunicazione Empatica, Derisione e offrire percorsi di cura per Bullismo e DCA”.

Cosa significa affrontare insieme un percorso per migliorare la salute del bambino?
"Il percorso che faccio con le famiglie, e che ho chiamato “Perle e Delfini”, vuole unire tanti piccoli cambiamenti non solo nella vita quotidiana del bambino ma di tutto il nucleo. Darsi un obiettivo di miglioramento dello stile di vita possibile, mantenerlo e ricordarlo. Iniziare un qualunque percorso e interromperlo dopo un lasso di tempo breve "perché non si notano risultati immediati", non serve. La rete, cioè la famiglia e le persone vicine ad essa, deve lavorare affinché il bambino riesca a raggiungere lentamente l'obiettivo prefissato”.

Quanto sono importanti per un paziente aspetti come delicatezza e cordialità?
“Affrontare un argomento delicato come quello del peso, soprattutto se lo si fa con bambini e adolescenti, deve essere prima di tutto una questione di tatto. È doveroso imparare o re-imparare a parlare e dialogare con il paziente a livello umano; scoprire non solo i motivi che lo hanno portato a quella condizione, senza giudicare né colpevolizzare, ma anche i percorsi già tentati, magari senza apparente successo. Tutto ciò è importante per aver un quadro di insieme. L'attenzione alla persona è il nucleo della medicina incentrata sul paziente, è un tragitto che va condiviso perché l'individuo da solo spesso non ha la forza e deve essere accompagnato da coloro che gli sono vicini. Impartire ordini o prescrivere cure in cui il paziente non è stato coinvolto in prima persona, non serve. Anzi, a volte può anche peggiorare la situazione".

Quando un genitore sceglie di prendere in mano la situazione e intraprendere un percorso?
"Spesso, quando i genitori arrivano al primo incontro, i loro bambini stanno già sperimentando il dolore della derisione. In genere l'età oscilla tra i sette e gli otto anni ma possono presentarsi anche bambini più piccoli. Magari questi ultimi non sono ancora stati scherniti ma i genitori si rendono conto che stanno rischiando e ne hanno paura. L'età più difficile e complessa per curare l'obesità, come qualsiasi altra patologia cronica, è comunque l'adolescenza. Lì non basta più la collaborazione dei genitori, occorre anche coinvolgere il ragazzo o la ragazza in questione".

A chi si rivolge e in che cosa consiste l'approccio terapeutico educativo?
"Il programma si rivolge a bambini e adolescenti, con sovrappeso e obesità, da 0 a 18 anni. Il primo passo è la visita iniziale e l'incontro educativo con le famiglie e i ragazzi. Se necessario, possono essere coinvolte anche altre figure professionali e solo in situazioni di obesità severe, resistenti al primo approccio, si può coinvolgere il team interdisciplinare. Gli strumenti utilizzati sono l'educazione terapeutica, per rendere la famiglia in grado di autogestire il suo progetto, togliendole la colpa per sprigionare le sue energie. La narrazione terapeutica, far nascere da vecchie storie fallimentari nuove storie di successo, rinforzando autostima-autoefficacia. La riduzione delle attese irrealistiche per prevenire l'abbandono e permettere percorsi di lunga durata. Infine, l'attribuzione del successo del primo percorso alle famiglie e agli adolescenti è indispensabile per mantenere risultati buoni negli anni con l’eccezionale effetto dell’auto-rinforzo positivo".

Dopo il primo step come si procede?
"Conclusa la fase di avvio, che dura circa 2 o 3 mesi, per sostenere la motivazione e il mantenimento del cambiamento dei comportamenti, viene proposta una valutazione personalizzata di almeno 2 anni, da gestire con il pediatra di famiglia, con frequenza adeguata alla gravità del paziente per rivedere i principi dello stile di vita sano e valutare il loro benessere psico-sociale. I soggetti che non si ripresentano, vengono richiamati telefonicamente per sostenere l'aderenza al programma. A volte, purtroppo c'è chi abbandona il percorso perché non porta ai risultati immaginati in tempi brevissimi, ma proseguire questa strada può portare al miglioramento delle proprie abitudini alimentari e motorie, della salute e della qualità della vita non solo per un periodo limitato, bensì per tutta la vita; ed è questo l'aspetto maggiormente rilevante".

Si lascia ancora coinvolgere dai casi? Si commuove e emoziona ancora?
"Svolgo questa attività da molto tempo ma non c'entra: le presone ti coinvolgono sempre. O perlomeno, per me è così. Quando ad un bambino si inumidiscono gli occhi come fai a non accogliere il suo dolore e commuoverti? E quando non piange ma non alza nemmeno la testa e tiene gli occhi fissi sul pavimento come fai a restare indifferente? Si chiama empatia e l'empatia è la molla che può dare il via al cambiamento".
 

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