«Assassini perdonati, dopo aver pagato»
In duomo la cerimonia celebrata dal vescovo Negri: l’abbraccio del sindaco, del questore e dei suoi poliziotti ai familiari
Doveva essere un funerale sobrio, senza il rumore chiassoso che ha fatto da sfondo alla tragedia di Pier Luigi Tartari. Così avevano voluto Rita e Marco, sorella e fratello del 73enne ucciso in un aggressione-rapina in casa sua ad Aguscello, poco più che due mesi fa.
E così è stato.
Ci sono tutti in Duomo. Alla cerimonia di prima mattina, alle 9, che non vuole essere un funerale solo istituzionale, ma tra i tanti ci sono in prima fila sindaco Tagliani e 4 assessori (Modonesi, Merli, Serra, Ferri) a testimonianza di quanto la tragedia ha colpito Ferrara, i suoi cittadini. Ci sono gli amici, tanti, vicini e lontani, anche gli ex Spal della De Martino ad abbracciare Marco, a stringersi a Rita. E in mezzo ai tanti anche i poliziotti (il questore Sbordone, il dirigente della mobile Crucianelli e gli ispettori Rossini e Perelli), quelli che hanno scoperto e stanato le tre persone che hanno ucciso Tartari: quei tre «ignoranti fottuti» (parole di Marco Tartari, cui non va aggiunto altro) che dopo averlo rapinato, l’hanno abbandonato moribondo in un casolare a Fondo Reno. Ricorda tutto questo, il vescovo Luigi Negri: la tragedia di Pier Luigi e anche quella più recente di Renazzo, (l’omicidio di Cloe Govoni) «su fatti che hanno segnato gravissimamente la comunità civile e tutta la chiesa». Infila le parole nella sua omelia, il vescovo, preparando tutti ad accettare i passaggi più duri: «Non si può avere verità senza dirla su quello che oggi è un evento devastastante, in cui vi è la mano del demonio». Poi il vescovo diventa più terreno e sibila nel Duomo ciò che tutti pensano: «l’uccisione a scopo rapina è l’esempio più squallido di questa nostra realtà». Una realtà in cui il pensiero dominante è l’essere insaziabili, in cui «l’altro esiste nella misura in cui mi serve, e quando non serve più si getta via». Come un cencio, come accaduto a Tartari. Che, lo dice il vescovo ma chiunque l’abbia conosciuto lo ha sempre confermato, «era un uomo buono, di una bontà esemplare». Che potrebbe perdonare i suoi stessi assassini. Ma noi dovremmo farlo, perdonare per ciò che gli hanno fatto? «Si potrà dar perdono - ammonisce il vescovo quasi a strigliare chi dovrà decidere le sorti giudiziare di quei tre ignoranti fottuti - solo quando avranno pagato con la giustizia, avranno dato sufficienti garanzie di esser pentiti». Dovranno essere i prossimi processi a dirlo. Adesso c’è spazio solo per cordoglio e abbracci. Quelli che nel momento del rito dello «scambiatevi un segno di pace» portano sindaco, assessori e il vescovo a stringersi attorno a Rita e Marco.
Un gesto che ferma tutto. Che dimostra, oggi più che ieri, che la città è vicina. E che c’è bisogno, davvero, di pace.
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