Si chiama guerra presente
L'editoriale del direttore sugli attentati di Parigi
Analisti di qua. Stilisti di qua. Davanti al terrorismo il mondo così si divide. I primi popolano le cancellerie, gli stati maggiori e gli studi tv. I secondi siamo noi. Gli stilisti, nel senso che dall’orribile serata parigina di venerdì ci lasciamo ancora consolare nella fraternità della stilizzazione della tragedia. Siccome il mondo si è sfracellato per quel che riguarda realismo e azione, ecco che reagiamo con parole, formule, grafìe, segni, suoni. Dai tempi recenti di Charlie Hebdo e Je Suis Charlie fino agli attimi correnti di Pray For Paris e di #senzapaura. Su Facebook è possibile velare la propria foto col tricolore francese. Il panico o il coraggio comunicato e condiviso con gli altri ha subìto una mutazione con lo sviluppo delle tecnologie.
Basti ricordare che l’11 settembre di 14 anni fa, appena calata la fine del mondo di polvere delle Twin Towers la solidarietà venne comunicata con la vecchia, arcaica esposizione delle bandiere alle finestre. Dal drappo all’hashtag. Ma la tecnologia non ci mette a riparo da nulla. La stilizzazione è stata più rapida dell'analisi: l’Occidente, gli Stati Uniti, le potenze europee e la Ue dalla prima Guerra del Golfo e dal 2001 nulla hanno capito di cosa andava montando in quella che gli antichi definivano Mezza Luna Fertile, tra il Sinai, il Tigri, l’Eufrate. Ognuno ha fatto o va conducendo una propria guerra, diretta o delegata, per profitti particolari che ogni tanto vanno sotto il nome di interessi nazionali, stabilizzazione, controllo, intervento umanitario.
Questa confusione riguarda l’Occidente dove tutto è smottato, Onu compresa, ma anche il mondo musulmano nel quale è in corso uno scontro epocale per la supremazia. L’uccisione o la fuga dei rais (i dittatori) ha innescato una tumultuosa ristrutturazione degli equilibri dal Maghreb al Pakistan. Altroché esiti delle primavere arabe, o insanabili diversità tra sunniti e sciiti di tipo confessionale in nome dei discendenti di Maometto e la shi’at’Alì, la fazione di Alì.
A chiamare per quello che è il fenomeno in corso è Papa Francesco: dice che è una guerra presente, è la terza guerra mondiale. Il nome del pontefice è francescano, ma la sua costituzione è gesuitica: conosce il mondo più di un politico o un diplomatico di razza. E poi è uomo di fede, il capo di una religione e quindi se lui constata che si tratta di pezzi di una guerra mondiale sa quel che dice. Non usa il linguaggio curiale e men che meno il latinorum. Questo conflitto avviene per Dio, o meglio, Allah, per procura. E nel nostro piccolo c’è un altro religioso che dal suo punto d’osservazione lo vede e alla sua maniera lo dice, spiazzando gli stilisti. È l’arcivescovo di Ferrara-Comacchio. Un uomo che intravede il diavolo, bacchetta, sferza, frusta, ammonisce l’Occidente fiacco e tentennante.
Luigi Negri ha detto che Putin - nello scenario mondiale - «è l'unico ad avere la testa e le palle», per via del suo intervento in Siria, in due e due quattro, con un colpo agli oppositori di Assad e quell’altro contro il Califfato. Da questa parte, quella occidentale, saremmo tutti ambigui e coinvolti quanto l’altro spicchio di mondo islamico. Parigi è un fronte della terza guerra mondiale (parola di Papa). E se ci badate vanno affievolendosi le pulsioni pacifiste, le tentazioni diplomatiche, la volontà di credere (cristiana) che l’amore vince su tutto e che la pace avrà ragione. Tutti gli attentati messi a segno dalle tante sigle vecchie e nuove dell’islamismo vanno compiendo una cosa devastante: alimentare il pensiero islamofobo.
Vale a dire la paura di tutti, ma proprio tutti gli islamici, anche cittadini occidentali o appartenenti ai flussi migratori economici per fame e disperazione. La finalità del terrore è quella di creare una barriera di discriminazione totale fra noi e loro. Questo significa accendere il televisore e divenire spettatori di fronti di guerra urbana durante una partita di calcio, dentro questo continente, nelle nostre città. Quella di venerdì sera a Parigi è stata una guerra urbana. Per vincerla (non analiticamente o stilisticamente) bisogna che l’Occidente cambi in maniera radicale la sua politica, muti la propria strategia. Tutto insieme. È necessario un nuovo ordine. Serve un altro mondo.
s.scansani@lanuovaferrara.it
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