«La Cassa di Ferrara e le altre, pronti a salvarle ora»
Patuelli (Abi) e Gualtieri (parlamento Ue): l’intervento del Fondo è legittimo. E sul dossier banche si muove il governo
FERRARA. C’è un’accelerata su entrambi i binari che portano al salvataggio di Carife e di altre tre banche italiane. Sul primo di questi binario ha preso a marciare veloce il treno delle banche aderenti all’Abi, con le prime sette a fare da locomotiva, e 2 miliardi di euro stipati nei vagoni, per rifornire «entro l’anno» i forzieri degli istituti in difficoltà, anche se la Comissione Ue dovesse dire di no. In pararellelo corre il binario della diplomazia, terreno di manovra di Palazzo Chigi, che trasporta a luci spente argomenti ed elementi di moral suasion per sciogliere al più presto i dubbi di Bruxelles, togliendo così ogni ostacolo sulla marcia della ricapitalizzazioni. Le banche italiane sono «determinate» ad andare avanti nel salvataggio di Carife, Banca Marche, Banca Etruria e Carichieti tramite il Fondo interbancario di tutela dei depositi e «intendono farlo entro l’anno» ha detto ieri il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, con a fianco, in conferenza stampa, il presidente della Commissione per i problemi economici e monetari del Parlamento europeo, Roberto Gualtieri.
La determinazione italiana a portare avanti quello che sembrava una procedura scontata, poiché i soldi ci sono da tempo e la scorsa settimana il consiglio dei ministri ha recepito in via definitiva le norme europee sui salvataggi bancari, è stata resa plasticamente da quest’accoppiata: mai prima d’ora il rappresentante dei banchieri si era espresso così duramente nè alcun parlamentare italiano era entrato in una vicenda che di fatto contrappone il governo al commissario Ue alla Concorrenza, Margrethe Vestager. Se da Bruxelles dovesse arrivare un no, ha spiegato Patuelli, «leggeremmo le carte con grande attenzione», poiché «siamo fortemente europeisti ma non europeisti acritici. Abbiamo la consapevolezza che le autorità di Bruxelles non sono superiori ai trattati». E più che «pagare di tasca propria, le banche cosa possono fare?». Gualtieri gli ha dato manforte citando l’articolo 11 della direttiva sull’attuale sistema di garanzia dei depositi, spiegando che il salvataggio attraverso il Fondo interbancario è «una fattispecie contemplata nella normativa europea».
Per Carife, insomma, si stanno muovendo i pezzi da novanta a livello nazionale, mettendo così in gioco la credibilità dell’intero sistema-nazione nei confronti di Bruxelles: il dossier è infatti ormai di pertinenza di Palazzo Chigi. In attesa dell’esito del braccio di ferro, a Ferrara si cerca di capire quali saranno le mosse successive al versamento dei 300 milioni di euro necessari alla ricapitalizzazione, da parte del Fitd.
La banca potrà davvero essere rilanciata, infatti, solo da un nuovo consiglio di amministrazione, e la convocazione (oltre che la gestione) dell’assemblea straordinaria, secondo l’interpretazione più gettonata, è di competenze dei commissari straordinari. Il mandato di Antonio Blandini e Giovanni Capitanio, però, è in scadenza il 27 novembre dopo tre proroghe, e non risulta al momento essere stata richiesta un’ulteriore, assolutamente eccezionale prosecuzione di mandato. Si affaccia così uno scenario “estremo”, peraltro previsto dalla nuova normativa, che prevede l’intervento diretto di Bankitalia nella nomina dei nuovi amministratori, i quali poi andrebbero a cercare la riconferma di fronte agli azionisti. Meno possibilità vengono al momento accreditate all’ipotesi che possano essere il Fitd a convocare l’assemblea, anche dopo la sottoscrizione dell’aumento di capitale, o addirittura la Fondazione.
Stefano Ciervo
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