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Toh, un fascistello dormicchia in noi

di BRUNO MANFELLOTTO
Tommaso Cerno
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Tommaso Cerno

Il salto degli italiani dal Ventennio a oggi (con continuità) raccontato nel libro di Cerno

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ROMA. Un fascistello dormicchia in noi. Subdolo e silente. Ma pronto a saltare fuori quando c’è da prendere posizione, partecipare a una svolta politica o di costume. Perché a quel punto ecco l’irresistibile richiamo dell'uomo forte, dell’urlo della piazza, della rottamaziome di massa. E non basta. C’è qualcosa di più profondo nel Dna dell’Italietta e che, per esempio, l’ha fatta essere dall’oggi al domani tutta fascista e poi tutta antifascista: il conformismo. L’essere italiani, insomma, prevale su qualunque scelta di campo e la precede, la giustifica, la rende possibile. In un turbinìo di luoghi comuni che ben fotografano l’italico carattere: o Francia o Spagna purché se magna, saltare sul carro del vincitore, predicare bene e razzolare male, si fa ma non si dice...

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Per raccontare la stagione in cui ci è dato vivere, interpretarne gli umori e trovare un filo che ne leghi le vicende, Tommaso Cerno - giovane e sensibile cronista del dramma Englaro, poi giornalista politico dell’“Espresso” con brillanti incursioni in tv e oggi direttore del “Messaggero Veneto” - ha scelto una strada volutamente provocatoria, ma certamente illuminante. Che si fonda su una tesi netta: dal Ventennio gli italiani non sono cambiati, si comportano più o meno allo stesso modo, e germi del fascismo che ha segnato drammaticamente la nostra storia e condizionato istituzioni, costume, economia, sono arrivati pari pari da allora a oggi, a noi, come con doppio rimando recita il titolo di un pamphlet che deve molto a Longanesi e a Flaiano. Certo, Cerno sta bene attento a distinguere: c’è stato il fascismo storico, “la dittatura, le leggi razziali, la guerra, i drammi umani e le sciagure militari”; e l'altro, che in questo caso lo interessa di più perché oggetto della sua indagine: il fascismo degli italiani “un po' opportunisti che di fronte all'uomo forte salvarono guicciardianamente il proprio ’particulare’ e si schierarono in un batter d’occhio”. E continueranno a fare così: “Siamo un popolo di fascisti tra i fascisti, democratici fra i democratici, bigotti fra i bigotti. Siamo un popolo di conformisti”, osserva amaramente Cerno che per dare spessore alla sua tesi ripercorre i momenti salienti della più recente politica italiana. Evidenziando caratteri che si ripetono simili, pur se via via adattati, nei protagonisti di ieri e di oggi.

Prendiamo quella certa voglia di decisionismo che percorre da sempre il sogno nascosto degli italiani parallelamente a quello di liberarsi di ogni personale responsabilità. A ben vedere, nota Cerno, c'è un filo che lega l’uomo “delle decisioni irrevocabili” e che voleva fare della Camera un bivacco per i suoi manipoli, il Craxi che entra a gamba tesa nel teatrino della politica italiana consociativa e compromissoria, il Berlusconi che s’immagina amministratore delegato dell’Azienda Italia e non convocherà mai un congresso di partito, e il Renzi che scala il Pd e mette in discussione i poteri costituti. di parlamentari e sindacalisti. E l’antipolitica che diventa essa stessa una politica? In fondo, il primo Mussolini fece piazza pulita del linguaggio e del ceto politico d’inizio Novecento; Craxi debuttò liberandosi di parole e ambiguità e finirà processando un Parlamento per mendacio e ipocrisia; Berlusconi ha portato “in campo” i funzionari di Publitalia e Renzi, addirittura, è diventato segretario e premier promettendo la “rottamazione”. E si potrebbe andare avanti: dal delitto politico da Matteotti a Moro; dalle bombe dal Teatro Diana a Piazza Fontana; dalle ruberie e la corruzione da famiglie e gerarchi del Regime a Mafia Capitale; dai nani e le ballerine dai convegni privati nella sala del Mappamondo al bunga-bunga di Arcore; dalla violenza del linguaggio razzista, xenofobo, omofobo dai cori della milizia alle piazze di Grillo e Salvini. Fino al trasformismo e al tradimento, cuore dell’italianità, stigmate che ci accompagna da Ciano a Scilipoti. Insomma - è la tesi di questo saggio sincero, dolente e divertente - c’è almeno un elemento comune tra la fine di Mussolini, la caduta di Berlusconi e la defenestrazione di Enrico Letta: le grandi svolte, scrive Cerno, mancano di pathos, avvengono nel Palazzo, ieri per ordini del giorno ieri oggi via tweet, mai per volontà popolare; e i toni sono non da dramma shakespeariano, ma pirandelliano. Dopo di che, gli italiani sono “oggi fascisti, domani antifascisti. Tutti democristiani, poi tutti anti-sistema. E ancora berlusconiani, renziani. In pratica, i soliti equilibristi”. Una conclusione amara? Forse sì, ma se non si esagera un po’, non si riflette a fondo. E non si cambia.

(Tommaso Cerno “A noi”, Rizzoli 305 pagine, 19 euro)

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