Ferrara, cinquecento in piazza per dire no anche in arabo
Per la prima volta le comunità islamiche ferraresi in presidio contro il terrorismo Appuntamento alle 15, invitate alcune associazioni. Non ci saranno le istituzioni
FERRARA: “Non in mio nome” scritto in arabo fa il suo effetto. Se ripetuto da 500 persone, i musulmani di città e provincia che sono attesi alla manifestazione di oggi pomeriggio in piazza Castello, ancora di più, anche perché sarà la prima volta per Ferrara. Non era infatti mai successo che la comunità musulmana locale scendesse in piazza per prendere le distanze da atti terroristici di matrice islamica, ma le stragi di Parigi e la strategia del terrore dell’Is hanno fatto cadere ogni possibile riserva.
Dalle 15 alle 17, quindi, i centri culturali e le moschee di via Traversagno, via Oroboni e via del Commercio in città, e di Argenta, Portomaggiore, Bondeno e Cento in provincia, si daranno appuntamento in centro, con invito esteso ad alcune associazioni, per ribadire il loro no al terrorismo, come già è successo l’altra sera nel Cento-pievese. A differenza di quel corteo, al quale hanno partecipato i sindaci di Cento e Pieve con fascia tricolore, oggi pomeriggio in piazza non ci saranno le istituzioni.
«È una manifestazione delle comunità, ero già d’accordo su una visita ai centri culturali islamici cittadini, in calendario per la prossima settimana» ha spiegato Tiziano Tagliani. Il sindaco ha poi evitato di rispondere alle affermazioni del capogruppo regionale leghista, Alan Fabbri, «i centri islamici abusivi dilagano grazie all’omertà di certe comunità di immigrati, alla compiacenza degli amministratori Pd e alle tante lacune della legge italiana. Dalla comunità musulmana, oltre ai cortei, ci saremmo aspettati e ci aspetteremmo la denuncia degli imam estremisti, le segnalazioni di sermoni deviati, la chiusura dei centri culturali islamici che sono in realtà moschee mascherate».
Tra gli imam estremisti non si può certo annoverare quello che ha tenuto il sermone di venerdì in via Traversagno, che, nella parte pronunciata in italiano ma anche nelle passaggi in arabo, è stato piuttosto netto. Senza mai riferirsi direttamente alle stragi di Parigi o all’Isis, l’imam (in realtà si tratta dello studioso anziano della comunità, manca al momento un imam di ruolo) ha spiegato ai fedeli che «purtroppo c’è chi specula» sui versi del Corano, criticando anche i media che quando si tratta di Islam, fanno parlare «molti cretini» invece degli esperti. Ha messo in guarda le famiglie, perché dai nostri figli «viene un criminale e dice loro di ammazzare i non musulmani». Il Corano, ha ribadito, impedisce ai singoli di uccidere per ragioni di giustizia, «tocca al capo dello Stato decidere, condannare a morte».
E si è potuta ascoltare anche una disquisizione dottrinaria sui «cinque tipi di versamento di sangue, che non è uguale ad uccidere», individuati dal Corano. Solo uno di questi è consentito, «se si è in guerra, o se in casa tua entra qualcuno per fare del male», ma anche in quest’ultimo caso bisogna reagire ma senza arrivare ad uccidere intenzionalmente, una sorta di legittima difesa. Un musulmano, ha concluso, non può toccare un altro musulmano, un ospite di un paese islamico, chi viene da paesi amici e perfino da un paese in guerra con il suo, se per motivi precedenti al conflitto ha acquisito benemerenze o salvacondotti.
I toni di oggi saranno da piazza, ma il substrato dottrinario è quello di venerdì. (s.c.)
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