In arabo perché così ci capiamo
L'editoriale del direttore Stefano Scansani
La Nuova Ferrara ieri ha azzardato un paio di titoli e la locandina in arabo. Lingua araba, grafìa araba. Uno in prima pagina con la traduzione della sfida: “Stato Islamico, non nel mio nome”. Un altro in seconda, per comprendere il sermone del Venerdì (in italiano): “Chi uccide è fuori da ogni Misericordia”. Così, mi son detto, ci capiamo noi, ci capiscono loro, e viceversa. E, ancor più volenteroso, insieme ai colleghi della redazione, ho perciò immaginato una Nuova Ferrara di tutti, non monodirezionale per lingua, caratteri grafici, perché il cataclisma del terrore chiama in causa tutti e ogni ambiguità.
E poi l’arabo è la lingua del Corano, invariabile e sacra, la prima che si evoca quando si pensa all’altro, agli altri, nel bene e nel male. L’arabo ha una incomprensibilità insopportabile e affascinante. La buona volontà giornalistica pomeridiana è però precipitata nella complicazione di Babele. La torre di Babele, quella delle lingue, quella dell’incomunicabilità originaria di Sem, Cam e Jafet di ritorno nell’universo digitale, della comunicazione cosmica. Mah. Ho preso le due frasi, “Stato Islamico, non in mio nome” e “Chi uccide è fuori da ogni Misericordia”, e le ho infilate nel prezioso Google Traduttore.
Facile, dall’italiano all’arabo. Ma è sorto immediato il dubbio che la trasposizione meccanica non possa offrire lo stesso significato letterale e può far correre il rischio di raggrumare errori. Ho allora coinvolto il mio piccolo pianeta Terra di amici trovati nei percorsi di vita e di lavoro, nel girovagare mediterraneo e nella stanzialità ferrarese. Un’avventura. Hassan, studente ferrarese di origine marocchina, mi dice che verrà in redazione più tardi perché è impegnato con l’imam a Ravenna per la preghiera. Cerco Mohammed, lavoratore in una coop di un’altra città, laico che di più non si può, di sinistra alternativa, che scanchera in longobardo, nato in Italia, di sangue marocchino che di arabo non sa una parola.
Mi chiede di mandargli le frasi, così le gira alla sorella. Non trova la sorella, e sempre via Facebook, mi indirizza a Rachele, che invece è siriana di Damasco, vive in Italia, è di fede cattolica. Le chiedo l’amicizia e in due e due quattro mi traduce i titoli in arabo. Nell’attesa avevo comunque rintracciato Ahmed che abita e lavora vicino alla medina di Tunisi, già dipendente dell’Olivetti. Con lui ho conosciuto Cartagine, visto il Bardo, divorato il vero cous cosus e raccolto i datteri nelle oasi di montagna.
Procedo con questa narrazione? E’ importante perché gira e unisce il mondo. Ero con il tunisino Ahmed anche in Turchia, quando a Istanbul entrai nella Moschea Blu e in Santa Sofia. E parlai di zucche (sì, zucche, quelle da cappellacci) con il patriarca ortodosso Bartolomeo I un attimo prima del convegno sulle religioni, aperto da Erdogan ad Antiochia, a pochi chilometri dallo straordinaria e polverizzata Aleppo. Dieci anni fa. Com’è cambiato il mondo. Ecco i titoli in arabo. Pronti a essere composti in pagina. In redazione da Ravenna arriva Hassan che boccia la trascrizione perché è al contrario.
L’arabo si legge da destra a sinistra, e quando il computer cristiano-occidentale fa il taglia-e-incolla crede di avere a che fare con il corsivo italiano e ribalta le righe, riscrive al contrario come Leonardo. Manualmente – ormai è sera e il tempo stringe – rimettiamo insieme le frasi. Diamo un senso ai titoli, ai due concetti, con fatica. Io dico a lui: le scritte così sono comprensibili? Hassan risponde: così gli italiani capiranno che i musulmani hanno capito? Il problema era ed è appunto capire, che cosa abbiamo in testa noi, che cosa pensano loro per interpretare quel tipo di storia più difficile e meno praticata: la storia della mentalità. Non quella delle religione o della geopolitica, ma della mentalità.
Soltanto così, capendola e condividendola, è possibile conoscersi e caricarsi di responsabilità contro il terrore e i terroristi. Lo hanno capito gli europei, lo hanno capito i musulmani che ieri e oggi manifestano contro l’Is e ogni strumentalizzazione di Allah, lo ha intuito il Papa che come loro invoca la Misericordia, lo hanno capito gli imam che devono dirlo e ripeterlo, in arabo e in italiano, che la fede è un’altra cosa, la convivenza è fatta di valori e doveri, l’Italia è dei cittadini, lo dice il presidente Mattarella che declina la libertà in cultura. Lo abbiamo capito traducendo un paio di titoli. Che questa è un’impresa difficile. Che serve tempo, fatica e partecipazione. Altrimenti si capisce alla rovescia.
s.scansani@lanuovaferrara.it
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