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Islam, ora parla la generazione ferrarese

Islam, ora parla la generazione ferrarese

Solo cento in piazza ma con le idee chiare. I ragazzi: «Facciamoci conoscere, osiamo di più. E voi nativi ascoltateci»

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FERRARA. In una piazza Castello soleggiata ma fredda, non ci sono certo i cinquecento musulmani che ci si aspettava. Sono un centinaio o poco più i partecipanti alla manifestazione ma il messaggio che lanciano, soprattutto le nuove generazioni, ragazze e ragazzi degli istituti superiori, è una speranza per la costruzione di una società basata sul rispetto e sul confronto. Samid Hassan, 29 anni, presidente dei Giovani Musulmani, prende il megafono e le canta chiare: «Il terrorismo è come un cancro, che divora il nostro corpo, ma non ne fa parte. Perciò dobbiamo curarlo, perché non ha nulla a che fare con noi. Faccio autocritica e rivolgo un appello alla comunità islamica: cosa abbiamo fatto per farci conoscere? Siamo troppo autoreferenziali, dobbiamo osare e fare di più per i nostri concittadini ferraresi. Dobbiamo smontare le paure e far sentire più tranquilli i nostri vicini».

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Ha un’altra cosa importante da dire Samid: «L'altro appello lo rivolgo ai ferraresi nativi, quelli che sono tali per ius soli: chiedo loro di avere con noi un rapporto con meno pregiudizi, basato sul confronto. Se si ascoltano solo alcune forze, che non hanno niente di nuovo anche se si presentano come tali, o si ascoltano solo alcuni telegiornali e alcuni partiti, si rischia di essere traviati».

Le comunità islamiche ferraresi si schierano nettamente contro gli attacchi terroristici di Parigi e di tutto il mondo.

La "meglio gioventù" è incarnata dalle parole di Imane Maroue, 17 anni, nata in Marocco, studentessa ad Argenta. «In questi giorni purtroppo c'è tanta diffidenza da parte delle persone nei nostri confronti. Ma questo razzismo è l'obiettivo dei terroristi e non dobbiamo permetterglielo. La costruzione di un noi e un loro, la divisione tra società cristiana e musulmana, è il loro scopo e solo rimanendo uniti possiamo combattere questa strategia. Chi si arruola nell'Is è un emarginato, cova del rancore, e proprio su questo stato d'animo fanno leva i terroristi. La guerra contro l'Is non si può combattere con le bombe, ma solo a livello culturale. Rimanere uniti è importante».

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Una riflessione improntata all'autocritica proviene da Fuad Diebdoubi, studente del liceo scientifico Roiti: «Penso che non sappiamo dialogare e farci conoscere dai non musulmani. Sono il primo che può controllare il feedback del nostro lavoro e per esempio, ho constatato che i miei compagni non sapevano nemmeno che a Ferrara ci fossero delle moschee. I casi sono due: o non si informano o la comunità islamica stenta a farsi conoscere. In classe abbiamo avuto questa possibilità e il riscontro è stato molto positivo, perciò dobbiamo essere noi a fare la prima mossa».

Dell'Islam come religione basata sul rispetto e sulla pace parla Akbar Wahed, presidente della comunità pakistana di via Oroboni e responsabile del centro islamico. «Il verso 32 del Corano afferma che se uccidi una persona uccidi tutta l'umanità. I terroristi non solo non sono musulmani, ma sono contro qualsiasi religione.L'Islam rivolge un messaggio di pace e fratellanza e lo stesso nome Islam significa pace».

Il problema della vendita delle armi all'Is lo affronta Abdelali Bouraki, vicepresidente del Centro islamico di Argenta: «Una visione distorta lega l'Islam al terrorismo. I musulmani in Europa contribuiscono alla pace. Gli Stati devono interrompere la vendita delle armi, e i politici devono avere il coraggio di rinunciare a parte dei loro interessi». Al termine hanno parlato anche non musulmani. Giuseppe Fornaro ha sottolineato come da qui si parta per costruire insieme un percorso di cittadinanza, con la tutela dei diritti comuni. Miriam Cariani (Cgil), ha ribadito che bisogna anche «parlare di colonizzazione, vendita di armi, imperialismo».

Veronica Capucci

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