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C’è la Nuova Carife, la vecchia liquidata

C’è la Nuova Carife, la vecchia liquidata

Operativa senza sofferenze e con Nicastro (ex Unicredit) presidente: sarà venduta. Pagano soci, ‘subordinati’ e banche

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FERRARA. Finisce oggi la storia della Cassa di Risparmio di Ferrara, durata di fatto 177 anni, e comincia quella della Nuova Carife, che prosegue come se nulla fosse successo la sua attività con tutti i vecchi dipendenti della banca, le strutture e un vertice da completare. Si sa che il controllo è totalmente in mano al Fondo di risoluzione di Bankitalia, con un capitale di circa il 9% del totale dell’attivo, e ha in pancia i depositi, i conti correnti e le obbligazioni ordinarie della vecchia Carife; il suo presidente, in “condominio” con le altre banche salvate ieri, è Roberto Nicastro, ex direttore generale di Unicredit, nominato dall’Unità di risoluzione che amministra il Fondo e che designerà anche gli altri amministratori. Avranno tutti insieme «il preciso impegno di vendere la banca buona (la Nuova Carife, appunto, ndr) in tempi brevi al miglior offerente, con procedure trasparenti e di mercato, e quindi retrocedere al Fondo di risoluzione (cioè alle banche che partecipano al salvataggio, ndr) il ricavato della vendita» si legge nel passaggio chiave del comunicato diffuso ieri sera da Bankitalia. Sull’argomento è intervenuta addirittura la Commissione Ue, che ha svolto un ruolo di primo piano nella vicenda, per ribadire il concetto di «un processo aperto e non discriminatorio al fine di massimizzare il prezzo di vendita»: un’asta, in sostanza. La Nuova Carife nasce con le cifre della tabella a fianco, completamente ripulita dalle sofferenze (200 milioni di euro, maxi svalutazione di sei volte voluta da Bankitalia), e quindi non da tutti i crediti deteriorati, mantenendo così una “dimensione” comparabile a quella della banca originaria, e può operare regolarmente fino alla vendita, in toto o a pezzi.

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Le sofferenze, di Carife e delle altre tre banche, finiscono in un’unica bad bank priva di licenza bancaria, e sono appunto i crediti da recuperare «che residuano una volta fatte assorbire le perdite dalle azioni e dalle obbligazioni subordinate, e per la parte eccedente, da un apporto del Fondo di risoluzione». Questo significa che anche gli obbligazionisti subordinati Carife, oltre agli azionisti, saranno chiamati ad un sacrificio, e molti, a partire da oggi, cercheranno di capire cosa succederà ad esempio alla cedola di metà dicembre. Il tutto nonostante il fatto che il Consiglio dei ministri, nel suo comunicato dopo la riunione straordinaria di ieri pomeriggio, abbia chiarito come le norme del bail-in non vengano utilizzate in questi salvataggi e non ci siano oneri a carico dei contribuenti. La “banca cattiva” «resterà in vita solo per il tempo necessario a vendere o a realizzare le sofferenze in essa inserite».

Ma ci sono altre notizie poco piacevoli per gli azionisti della vecchia Carife, piccoli e grandi, che hanno sostenuto la banca in questi anni difficili. «Le quattro banche originarie - c’è scritto nella nota di Bankitalia - divengono dei contenitori residui in cui sono state confinate le perdite e la loro copertura, e vengono subito poste in liquidazione coatta amministrativa». Un colpo di spugna, sembra di capire, su tutto il percorso fin qui intrapreso per Carife (svalutazioni azionarie, warrant, quote seppur minime nella banca) e sulle speranze degli azionisti.

Reazioni? Massimo Maiarelli, presidente della Fondazione Carife, rimanda tutto ad oggi. Marco Cappellari (Amici Carife) registra il salvataggio della banca ma si dice «fortemente preoccupato di comprendere cosa accadrà ad azionisti e obbligazionisti». Cesare Capatti, non più candidato ad un posto nel Cda, va giù duro: «Vendere così le banche, anche con lo spezzatino, è la peggiore soluzione possibile».

Stefano Ciervo

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