Come superare il trauma e la paura degli attentati
Lo psicoterapeuta ferrarese Costantini parla del fenomeno «L’importante compito della scuola verso i ragazzi»
Profondi cambiamenti non solo delle proprie abitudini, ma anche del modo di affrontare la vita, e nuove paure. Queste le emergenze sorte tra i giovani e gli adolescenti dopo gli attentati di Parigi e il diffondersi dell'allarme mondiale sul terrorismo. Un disagio che investe di riflesso le famiglie e gli educatori chiamati a rispondere agli interrogativi su cosa fare per aiutare i propri figli, allievi, ragazzi. Cosa si può consigliare loro? Ne abbiamo parlato con lo psicologo e psicoterapeuta Alessandro Costantini.
«”Dobbiamo parlare ai giovani”. Questa frase di Shirin Ebadi, premio Nobel per la pace nel 2003, iraniana e prima donna musulmana a ottenere questo riconoscimento, mette in luce una tra le priorità da mettere in campo dopo i fatti di Parigi. Nella sua intervista a Repubblica di qualche giorno fa, esprime con chiarezza e sintesi un paio di concetti. “Dobbiamo parlare ai giovani”. Lei fa riferimento in particolare a quei musulmani che vivono in Paesi poco sviluppati e in villaggi poverissimi, giovani facilmente strumentalizzabili, che non hanno niente da perdere nel seguire la sfida del fondamentalismo islamico. Shirin Ebadi invita gli intellettuali progressisti a mettere il loro sapere al servizio delle nuove generazioni per sconfiggere i fanatismi e le violenze. Giusto. Ma credo che “Dobbiamo parlare ai giovani” riguarda anche il cosiddetto mondo ricco occidentale. Intanto perché anche nelle nostre società si nascondono estremismi di varia natura che possono sfociare in violenza (black block, ultras, estremismo politico). E la religione non c'entra. E poi perché molti terroristi islamici, immigrati di seconda o terza generazione, cresciuti nelle nostre città non solo in desolanti e disagiate periferie, ma ben inseriti nelle università o nel lavoro, diventano improvvisamente seguaci di un fondamentalismo islamico e radicale che cova un odio profondo verso il sistema nel quale sono inseriti. A parte considerazioni psicologiche e sociologiche che possono coinvolgere i singoli individui, abbiamo il dovere di comprendere le radici del fenomeno, e svolgere un grande lavoro di analisi delle sue cause. Non è sufficiente il solo contrasto sul piano militare. Gli Stati dovrebbero impegnarsi per modificare le enormi diseguaglianze economiche, religiose e razziali che spesso sono all'origine di reazioni così radicali, e togliere terreno fertile al terrorismo che cerca soffiare sul fuoco facendo del proselitismo religioso estremo, una prospettiva di appartenenza, rivalsa e protagonismo. Sarebbe necessaria una revisione critica di come sono stati gestiti i fenomeni migratori e di integrazione sociale. Parallelamente andrebbe promossa una azione di intervento culturale ed educativo nei confronti delle giovani generazioni, per formarle in maniera più incisiva sui temi della pace, dell'integrazione, della civiltà, dei diritti e dei doveri di una società».
Parlare con i giovani può essere un contributo che cerca di affrontare alla radice il problema, ma come farlo e per dire cosa?
«La mia esperienza in campo educativo a contatto con la scuola e le famiglie mi porta ad affermare che il dialogo con i ragazzi è spesso superficiale e poco approfondito. Parlare ai giovani deve essere prima di tutto un richiamo a un impegno più costante e autentico da parte degli educatori. Più concreto, scevro da ipocrisie, schematismi o faziosità, perché gli adulti stessi sono a volte portatori di visioni semplicistiche della realtà e hanno bisogno di modificare il loro sapere e il modo di comunicare. Del resto anch'essi sono di fronte a paure e a senso d'impotenza che mina in profondità consolidate certezze e abitudini. Inutile quindi fare finta di controllare o nascondere la realtà, le nostre paure sono quelle dei nostri ragazzi, tanto vale parlarne insieme senza infingimenti. Con l'ovvia attenzione di dialogare graduando toni e preoccupazioni a seconda dell'età e della maturità del giovane, e lasciando sempre filtrare la forza d'animo e la rassicurazione che ogni adulto ha il dovere di trasmettere a chi ancora sta crescendo».
Che cosa raccontare sulle religioni, sull'Islam e su chi uccide in nome di Dio?
«Dobbiamo spiegare come dice Shirin Ebadi che esistono due modi di interpretare l'Islam: uno più arcaico e uno più moderno. E che "Generalizzare non serve, la religione non c'entra col terrorismo. Sono le persone, con i loro pensieri e le loro azioni, a scegliere la pace o la violenza". Ne sappiamo qualcosa anche noi quando ricordiamo l'Inquisizione e le Crociate in nome del cristianesimo. Serve verità su questi temi. Dobbiamo costruire con i nostri figli la conoscenza necessaria per leggere quello che sta accadendo, ricercando sui libri e su Internet quelle fonti serie e qualificate che aiutino alla comprensione. Vanno studiate le religioni e va studiato il significato di parole quali libertà, democrazia, regole di convivenza civile. Shirin Ebadi dice che non ha senso parlare di "democrazia occidentale", perché sembra sottintendere una qualche presunta superiorità culturale. "Non esiste la democrazia occidentale o quella orientale, esiste la democrazia e basta. Considerare una cultura superiore a un'altra, cercare di imporla: è questo l'errore più grande!" Ha ragione, bisogna lottare per la pace e la democrazia senza rigidi schemi mentali, senza porre o imporre etichette o costruire muri. Non dobbiamo perdere la nostra identità e la nostra umanità davanti al pericolo. E' una questione di responsabilità individuale. La realtà ci insegna che gli esseri umani sono soggetti al Bene e al Male, due forze che esistono in ognuno di noi e in continuo conflitto. Ognuno è libero di far prevalere l'una sull'altra, accettandone però le conseguenze».
Cosa può fare la scuola?
La prima cosa da fare è non fare finta di niente. Come se non fosse successo nulla. La scuola dell'obbligo deve essere in prima linea ad affrontare i fatti di Parigi con i bambini e i ragazzi. Bisogna lasciare loro tempo e spazio per raccogliere pensieri, disegni, commenti. E dare sfogo alle loro paure. Tutti insieme. Non possiamo permettere di lasciarli soli con le proprie fantasie che possono diventare fantasmi spaventosi. Di sicuro anche se non sembra o non appare, ognuno di loro ha un riverbero emotivo dentro di sé, a contatto con le preoccupazioni del mondo adulto. La mancanza di sicurezza nella quotidianità e le allarmate dirette televisive sui rischi possibili, possono generare negli adulti timori e tremori riguardo al futuro. Figuriamoci in queste giovani vite. Non c'è bisogno che l'insegnante tratti questi temi preparando una lezione tradizionale. È sufficiente, ed è altamente preferibile, mettersi in ascolto di quello che emerge tra i ragazzi stessi nei momenti di confronto e discussione: le loro paure, i loro dubbi, il desiderio di comprendere cose che hanno visto o sentito e che non riescono bene a capire. E aiutarli a smascherare false certezze e semplificazioni, trasmesse a volte in famiglia o da parte di coetanei ignoranti e impreparati, o bufale trovate sul web. L'insegnante, assieme al genitore, ha un grande compito pedagogico nel guidare ad elaborare i tragici avvenimenti di questi giorni e aiutarli a trovare quei pensieri e quei comportamenti capaci di fare affrontare con coraggio e qualche comprensione in più la tragicità di quei fatti. (a.m.)
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