L’angelo e la malintesa ferraresità
La grandeur dei decenni scorsi era impraticabile. Frara, città del Worbas
di GIANNI VENTURI
Nel bellissimo film di Wim Wenders, Il cielo sopra Berlino, si parla della condizione umana e della situazione di angeli che diventano uomini per condividere ciò che gli angeli nel loro essere fuori dalla storia non possono né capire né interpretare. All’ingresso del pretenzioso palazzo novecentesco che ospita, ospitava, la sede della Cassa di Risparmio di Ferrara una statua di un elegante angelo settecentesco proietta la propria ombra apparentemente rassicurante sulla sorte dei destini della Carife e della Fondazione che fino a pochi giorni fa era la banca di riferimento del nostro territorio e dei nostri risparmi.
Come angelo la statua non può certo testimoniare su ciò che in questi affannosi mesi si è svolto all’interno del Palazzo fino alla soluzione finale che ha visto l’azzeramento delle nostre azioni Carife, delle obbligazioni subalterne e naturalmente della stessa Fondazione. Queste righe non vogliono, né lo potrebbero, -come insegna la condizione degli angeli che sono fuori dalla storia- ripercorrere le modalità per cui ci ritroviamo nella situazione attuale ma almeno chiaramente e nettamente affermare che le responsabilità sono di tutti, compresi degli stessi clienti che non hanno saputo andare a fondo nella vicenda.
Compreso chi scrive.
Un male inteso concetto di ferraresità ha presieduto scelte dettate dal principio delle “magnifiche sorti e progressive” che leopardianamente presiedevano azzardi e rischi. Compresi quelli dettati e imposti dalla Banca d’Italia.
E giustamente ci si inorgogliva, (almeno per chi ritiene che la cultura abbia un peso determinante nello sviluppo di una società) di ciò che prima Carife, poi la Fondazione, o entrambe, hanno operato nella nostra città e nel nostro territorio: acquisizioni di opere importantissime compreso un (brutto) Tiziano esibito nell’ufficio di Presidenza; arricchimento delle collezioni ospitate in Pinacoteca; splendidi de Pisis che illuminavano le smorte pareti del Palazzo Carife. E una importantissima serie di volumi sull’arte ferrarese modello a tante iniziative consimili. E spettacoli, e teatro. Insomma se Ferrara ha cambiato passo e si è posta tra le città di media dimensioni più vivaci da un punto di vista culturale questo lo si deve al ricorso costante alla banca di riferimento e alla sua Fondazione. Accanto alle istituzioni pubbliche il marchio Carife era sinonimo di pensare in grande e di realizzare i pretesi e/o famigerati “eventi”.
Mai allora che nessuno si sia posto almeno il dubbio che le risorse a cui si attingeva erano di tutti i cittadini che fiduciosamente investivano in Carife? E se ce n’era la possibilità?
È la domanda di cui solo ora vedo la complessità e l’insufficienza a cui non so dare una risposta ma di cui, mi rendo conto, comportava una necessaria vigilanza. Non perché si fosse scelta scientemente una politica di grandeur che poi i fatti stessi hanno dimostrato impraticabile ma per una leggerezza di valutazione che ruota sempre attorno al culto di una città che crede che solo all’interno delle mura sia possibile operare per la maggior gloria di “Frara. Città del Worbas” come avrebbe scritto chi di Metafisica se ne intendeva, sapendo che il motto Worbas significa “sempre più avanti”.
Purtroppo gli angeli quando diventano uomini come racconta il film di Wenders si feriscono e si fanno male nel momento che dalla loro condizione angelica precipitano in quella umana.
Ma a questo punto non è giusto che il peso di questa umanità che ha sbagliato ricada solo ed esclusivamente nei piccoli ma anche grandi risparmiatori.
Chissà se a questo punto una più decisa presenza politica potrebbe rendere più tollerabile questa intollerabile e ingiusta situazione.
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