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«Era capitale di rischio»

di Stefano Ciervo
«Era capitale di rischio»

Patuelli (Abi): il salvataggio Carife non ha colpito risparmiatori, Bankitalia avvisò

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CENTO. Antonio Patuelli ha tenuto in conclave lo stato maggiore di Caricento per un’ora, prima d’incontrare i giornalisti nella sala di consiglio e poi rotariani e Lions in una tavola rotonda con Alberto Vacchi (Unindustria Bologna) e Carlo Alberto Roncarati (Caricento). «Il sistema bancario italiano... non è un sistema» ha ripetuto in ogni angolo centese il presidente dell’Associazione bancaria italiana anche per esorcizzare i rischi di una crisi di fiducia per tutti, derivata dalla stangata sui soci e bondholder di Carife e delle altre tre banche salvate, e dall’arrivo del bail-in. Le colpe di quanto successo sono tutte addossate all’Unione europea, ma Patuelli non ha fatto un solo passo in direzione dei risparmiatori traditi: l’unica via che a lui sembra aperta è quella dei tribunali.

Con il ‘sanguinoso’ salvataggio di domenica, Carife si può considerare al sicuro?

«Non sono autorità di governo nè di vigilanza. Penso di sì, il costo del salvataggio è stato molto alto per le banche ed è finalizzato al salvataggio. Inoltre ho grande stima del dottor Roberto Nicastro (il presidente di tutte e quattro le banche), era anche il mio vicepresidente vicario in Abi».

Il sindaco di Ferrara, Tagliani, si è espresso duramente su Bankitalia e anche su Abi, cosa risponde?

«Vi ho letto attentamente in questi giorni, il sindaco si chiede perché non ho “strillato” prima di domenica. Tagliani è competente di politica ma il mondo del credito è regolato da meccanismo complessi, c’è l’abuso di mercato. Ad operazione completata ho potuto far presente chi pagava, cioè tutte le banche. Devo ricordare che Abi non ha nessuna competenza nelle crisi bancarie, nè può ingerire in alcun modo con le decisioni dell’autorità di vigilanza».

Questo salvataggio è costato tantissimo ai risparmiatori, non c’erano altre strade?

«Ai risparmiatori no, si parla di azioni e obbligazioni con l’aggettivo, cioè subordinate, era tutto capitale di rischio. Il Fondo interbancario all’unanimità aveva varato un altro tipo d’intervento, che l’assemblea Carife del 30 luglio aveva approvato all’unanimità. Poi le burocrazie europee hanno fatto perdere tempo ma non con un espresso diniego, al quale ci si può opporre. Sono passati i mesi e si è arrivati al 22 novembre, a quel punto sì, con un’unica strada da percorrere. È stata una soluzione d’urgenza e di necessità, tra l’altro mai provata prima, ma non l’unica possibile. L’oggetto della polemica è la mancanza di certezza del diritto nei rapporti con l’Ue. Questo salvataggio è costato molto di più alle banche, 2.350.000.000 tutti da mettere a bilancio entro dicembre 2015, tra l’altro una cosa che non succede in alcun altro settore: se una fabbrica di scarpe o un’azienda alimentare va male, non è che intervengono le altre. In Germania una banca pubblica di Amburgo viene salvata con i soldi pubblici e noi non possiamo intervenire su quattro nostre banche con soldi privati? Noi volevamo applicare solo una soluzione giuridicamente meno ardita dei tedeschi...».

Lei dice “non sono risparmiatori”, ma conosce bene le realtà delle Casse di Risparmio e sa che nelle obbligazioni sono stati investiti i risparmi di famiglie e anziani. È possibile, auspicabile, “etico” modificare il decreto del governo per aiutarli?

«Negli ultimi mesi Bankitalia ha ripetuto che a più alti redditi (i bond junior rendono un po’ di più degli ordinari, ndr) implicano maggiori rischi. Non sono stato consultato prima dell’operazione, nè mi esprimo dopo. Chi ha dei diritti ha comunque tutta la possibilità di esercitarli».

Come ne esce il sistema bancario italiano? E le banche piccole?

«Anzitutto bisogna dire che il sistema bancario non c’è, altrimenti faremo ad esempio cartello per i mutui invece di farci concorrenza con le surroghe. Necessità di fusioni per le banche piccole? Mi rifaccio al pensiero di Luigi Einaudi (non sono le dimensioni che contano, ndr). Per quanto riguarda Caricento, non sarei qui se non stimassi molto questa banca, e mi provoca anche una qualche emozione».

Allora giriamo la domanda a lei, Roncarati: ci sono preoccupazioni per l’impatto che avranno queste misure soprattutto sui clienti delle piccole banche?

«La preoccupazione può esserci se non si tiene conto dei fondamentali della banca, altrimenti non temiamo disamori».

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