Omicidio Tartari, la confessione del capo: «L’abbiamo lasciato vivo nel casolare»
L’interrogatorio di Ivan Pajdek, estradato a Ferrara dalla Slovacchia: Patrik il più violento. Poi tira in ballo anche la badante
FERRARA. «Volevo liberarlo, ma poi abbiamo lasciato perdere». Pier Luigi Tartari, 73 anni, è morto tra le quattro mura marce e diroccate del casolare delle Casermette. A confermarlo il racconto di Ivan Pajdek alias Huber Sandor, considerato il “capo” della banda che il 9 settembre 2015 ad Aguscello organizzò la rapina e il sequestro dell’anziano, picchiato, rapito e abbandonato nel rudere vicino a Fondo Reno, dove è stato trovato morto all’alba del 26 settembre. Quella di Pajdek/Huber era l'unica versione dei fatti che mancava ancora all’appello. Al cittadino croato, che ha varie identità, è attribuito il ruolo di leader del terzetto che deve rispondere, tra i vari reati contestati, di omicidio volontario.
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Pajdek è stato estradato dalla Slovacchia la scorsa settimana (l’arresto risale al 3 ottobre) e si è fatto interrogare ieri mattina dal gip Silvia Marini e dal sostituto procuratore Filippo Di Benedetto in carcere a Ferrara. Ha così aggiunto la sua ricostruzione a quella già agli atti degli altri due indagati per il delitto: Patrik Ruszo e Constantin Fiti. Che siano stati suoi complici nell’irruzione a casa di Pier Luigi Tartari lo ha affermato lo stesso Pajdek, durante le quasi quattro ore di faccia a faccia con i magistrati (ad assisterlo c’era il suo legale, Daniele Borgia). La sua versione ritaglia un ruolo molto attivo, da picchiatore e violento, per Patrik Ruszo, mentre assegna un ruolo più marginale a Fiti, del quale però conferma la presenza in casa dell’anziano, circostanza che Fiti ha finora smentito.
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Attribuisce inoltre alla madre di Patrik, Ruzena Sivakowa, detta Rosy, il suggerimento più o meno esplicito (due mesi prima) che avrebbe attirato l’attenzione della banda sull’abitazione del pensionato (la donna non è al momento indagata dalla procura che sta valutando la sua posizione). Pajdek ha anche affermato che lui e Patrik, in cerca di un riparo (erano senza fissa dimora), avevano più volte trascorso la notte nella casa dell’anziana dove Rosy svolgeva servizio e che confinava con quella di Tartari, senza l’accordo della padrona di casa.
Soprattutto il cinquantunenne croato fornisce un ulteriore indizio a supporto dell’ipotesi che il pensionato di Aguscello sia stato lasciato morire. «Non abbiamo potuto liberarlo perché in quella zona c’erano movimenti di persone», ha dichiarato Pajdek. Secondo il racconto del cinquantunenne i tre erano partiti con l’intenzione di compiere un furto a casa di Tartari. Avevano eseguito alcuni sopralluoghi, poi però avevano cambiato il piano e deciso di aspettarlo la sera del 9 settembre (l’uomo era uscito a cena) per cercare di arrotondare il bottino. Quando l’anziano è entrato in casa loro l’hanno tenuto d’occhio, poi si sono mostrati. Pajdek gli avrebbe assestato una spinta facendolo cadere a terra. «Non l’ho colpito con un bastone, è stato Patrik a tenerlo fermo premendogli una scarpa sulla testa», ha aggiunto l’indagato. Tartari però «scalciava» e così i banditi avevano deciso di immobilizzarlo avvolgendo dello scotch attorno alle gambe del 73enne. Pajdek, successivamente, si era assentato per usare le carte di credito appena rubate all’anziano: aveva raggiunto il bancomat di via De Andrè, il più vicino ad Aguscello, e aveva prelevato.
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«Quando sono tornato tutto era in disordine, c’era sangue per terra e il nastro adesivo era stato avvolto anche attorno alla faccia dell’uomo», ha aggiunto il cittadino croato. Il terzetto avrebbe poi caricato Tartari, ancora vivo, sulla sua Opel Corsa: si doveva attendere la mezzanotte per poter prelevare altri soldi dal bancomat, atto compiuto poi in via Padova. Nel frattempo i tre hanno trasportato l’anziano ferito alle Casermette e lì l’hanno lasciato. Il giorno dopo hanno fatto shopping in negozi e supermercati. L’indomani, venerdì 11, hanno danneggiato la macchina del pensionato e l’hanno lasciata vicino al cimitero di Mizzana, dove è stata trovata il mattino dopo. La notte fra venerdì e sabato il ripensamento, sempre secondo la versione di Pajdek. «I miei complici ai quali avevo affidato il compito di liberarlo hanno rinunciato perchè c’erano delle luci e hanno pensato che fosse stato ritrovato - ha dichiarato Pajdek - Poi ce ne siamo disinteressati».
Dentro quel tugurio l’anziano si sarebbe spento, ora dopo ora e forse giorno dopo giorno. Tartari cioè sarebbe morto di stenti, una fine tremenda che aggrava le responsabilità dei tre indagati. Tutti rischiano l’ergastolo. «Il mio assistito - ha dichiarato l’avvocato Borgia - ha deciso di rispondere a tutte le domande e assumersi le sue responsabilità. Non - ha detto - quelle di altri».
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