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«Pensiamo passasse qui la Fossa Augusta»

«Pensiamo passasse qui la Fossa Augusta»

I risultati di due anni di scavi. Gli archeologi: siamo in attesa delle ultime analisi dal laboratorio

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COMACCHIO. Proseguiranno ancora per due settimane gli scavi in valle Pega, dove in località Motta della Girata è venuto alla luce due settimane fa un monumento, databile al I sec. d. C., decorato con ghirlande, corone di alloro, due bucrani ed una patèra. In anteprima assoluta Lorenzo Zamboni, Marco Bruni e Giovanni Petrucci, archeologi dello staff di Mario Cesarano, funzionario della Soprintendenza Archeologia, nonchè direttore scientifico dello scavo, ieri pomeriggio hanno illustrato a Palazzo Bellini i risultati emersi dalla campagna di scavi condotta tra il 2014 ed il 2015. Grazie agli studi stratigrafici del terreno e alle nuove tecnologie, non in uso negli anni ’70 quando l’area fu oggetto di scavi e studi da parte di Giovanni Uggeri e della moglie Stella Petitoni, stanno emergendo novità sorprendenti, in grado di mutare e perfezionare la conoscenza della storia antica lagunare. «Siamo in attesa delle ultime analisi di laboratorio compute su sabbie, legni e frammenti rinvenuti nello scavo di Baro, detto anche Faro Zavelea - ha commentato l’archeologo Giovanni Petrucci -, ma vogliamo approfondire anche la zona vicina, costituita da 4 corsi di mattoni di 4 metri e mezzo di lato rispetto al basamento, perché pensiamo di aver trovato la Fossa Augusta». Le indagini restano aperte a 360º anche sui reperti ceramici e sui frammenti ossei rinvenuti nell’altro scavo, quello di Santa Maria in Padovetere, chiuso poco meno di un mese fa, intorno al quale si sono soffermati gli altri due collaboratori dello staff di Cesarano, assente per sopraggiunti impegni, ossia Marco Bruni e Lorenzo Zamboni. «La nave romana tardo antica, attribuibile al V/VI sec d. C, che abbiamo scoperto lo scorso anno di fianco alla pieve di Santa Maria in Padovetere - ha spiegato Marco Bruni - oltre che presentare il fondo piatto e cucito, come la nave romana di valle Ponti ed essere stata adibita ai commerci fluviali doveva essere sicuramente chiusa. Infatti abbiamo rinvenuto tracce di coperta e sopracoperta nella parte superiore. Purtroppo non si è conservata la fiancata nord perché era stata abbandonata sulla sponda dell’antico alveo del fiume Po e gli agenti atmosferici hanno fatto purtroppo la loro parte. La parte sottostante invece, quella rimasta sepolta dall’argilla, si è conservata ottimamente». Lorenzo Zamboni, confermando per l’apertura del nuovo museo comacchiese, di anfore e frammenti attici provenienti dagli scavi di Spina, ancora custoditi nei magazzini del Museo Archeologico Nazionale di Ferrara, si è soffermato sugli scavi compiuti tra gli anni ’60 ed ’80. «A Ferrara sono conservate oltre 4mila cassette di reperti ancora tutti da studiare - ha sottolineato Zamboni -. Non tutto l’abitato di Spina che si trovava a circa un chilometro più a nord dei nostri scavi è stato scoperto. Un gruppo di ricercatori dell’Università di Zurigo scaverà qui il prossimo anno». Insomma c’è ancora tanto fermento archeologico in un territorio che ogni giorno scrive una pagina nuova della propria storia antica. «Stiamo studiando su nuove considerazioni dell’abitato di Spina – ha preannunciato Zamboni – che è l’antenato di tutti i siti archeologici della regione».

Katia Romagnoli

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