Il cerino in mano ora ce l’ha il Governo
Il destino di una banca mandata in crisi dai poteri economici ferraresi e affossata dai banchieri. La politica è in difficoltà
Strano, pirandelliano, con contorni da tragedia greca il destino della Carife in questi anni. La banca è stata mandata in crisi dai poteri forti dell’economia ferrarese, che per tanti anni l’hanno rappresentata e guidata nei consigli di amministrazione e poi, con manovre non ancora comprensibili, affossata dai poteri forti delle banche, fino ad arrivare alla decisione del Governo di firmare un decreto che farà piacere all’Europa, ma non alle migliaia di risparmiatori rimasti senza una fetta più o meno consistente di risparmi dalla sera alla mattina. A rimanere con il cerino in mano quindi adesso è il Governo che deve far fronte ad una situazione economica grave, che crea un precedente pericolosissimo per tutto il sistema bancario e che soprattutto mette nelle condizioni le varie forze dell’opposizione di cavalcare la protesta e la rabbia dei risparmiatori frodati. A Palazzo Chigi lo sanno bene che questa è una “polpettina avvelenata” ed è per questo che stanno tentando di dare un po’ di rassicurazioni, di calmare gli animi con tiepide speranze, un po’ confuse per la verità, promesse di rimborsi o di sgravi fiscali per azionisti e obbligazionisti delle quattro banche cadute in disgrazia.
Per quanto riguarda Carife, una serie di illusioni alla fine ha portato all’attuale situazione e a questo punto viene da pensare che il peccato originale risalga addirittura alla seconda metà degli anni Novanta, quando l’allora presidente Giovanni Bertoni aveva ventilato l’idea, poi da altri stoppata, di far confluire la Carife a Deutsche Bank. Non c’è ovviamente nessuna controprova, nessuna “sliding doors” di come sarebbe andata a finire nel caso tale operazione fosse andata in porto.
Sicuramente la banca ferrarese avrebbe perso fin da allora un grosso margine di autonomia territoriale, ma avrebbe potuto beneficiare della forza tedesca e si sa quanto conti in Europa.
È stata poi la fase successiva, del dopo Bertoni che ha visto le associazioni ferraresi, dagli industriali agli agrari, progettare un piano di sviluppo della banca che prevedesse l’espansione fuori dai confini. La provincia di Ferrara non poteva garantire da sola la solidità della banca secondo i programmi aziendali per cui, anche per salvaguardare posti di prestigio nella banca cittadina, è stato lanciato un piano di espansione con la creazione di uno dei gruppi italiani bancari più importanti per numeri e investimenti guidato da Carife. Acquisizioni da Roma a Napoli, da Verona a Modena, con Piacenza e Treviso in una “golden age”, un’età dell’oro che si è bruscamente arenata con la crisi economica scoppiata proprio per la bolla finanziaria oltre ad una serie di investimenti non andati a buon fine.
Si è poi arrivati al cambio di dirigenza, con un aumento di capitale di 150 milioni di euro voluto da Bankitalia che si è trasformato, alla luce degli ultimi avvenimenti, in un trappola per i sottoscrittori. Nel 2013 la stessa Bankitalia ha poi firmato il commissariamento facendo entrare la Carife in una spirale di crisi senza ritorno. Uno stillicidio durato due anni e mezzo nei quali il valore titolo si è progressivamente ridotto fino ad evaporarsi. La penultima beffa è arrivata con la convocazione dell’assemblea straordinaria il 30 luglio scorso, quando era stato annunciato a condizioni capestro, l’intervento salvifico del Fondo interbancario con un robusto investimento di 300 milioni.
Carife salva? Purtroppo no. Con il senno di poi quell’assemblea è stata una farsa, ecco spiegate la giustificata ira del presidente della Fondazione Maiarelli sugli ultimi sviluppi. A settembre arrivano i primi spifferi, la possibilità di inserire la Carife già salva in un gruppo di bad bank messe molto peggio dall’Eutruria alle Marche, fino a Carichieti.
Una mazzata anche perché improvvisamente, e in anticipo di qualche settimana sull’entrata in vigore del bail in, sono giunti i veti dell’Unione Europea. Si è arrivati così al 22 novembre con il decreto salvabanche che è vero che ha dato 600 milioni di denaro fresco alla Nuova Carife, (salvando la banca, ma scusate non lo era già 30 luglio?) ma ha demolito il valore dell’azione, azzerate le obbligazioni subordinate ed eliminato ogni tentativo di rinascita della Fondazione.
Da qui la partenza delle procedure per fare cause alla vecchia e nuova Carife, all’istituto centrale e alla corte europea da parte delle associazioni dei consumatori, tra l’altro in lite tra loro. Il caos è appena cominciato.
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