Ferrara, dopo la grande paura: "Abbiamo subito pensato all'Is"
Un viaggio tra le paure di dipendenti e clienti di Media World dove l'assalto dei banditi di sabato ha inevitabilmente lasciato il segno
FERRARA. Tra gli scaffali di Media World si aggira il popolo degli acquisti di Natale. Telefonini, elettrodomestici, computer, le due chiacchiere con il promoter o col venditore che ne sa di più. La scena è quella di una tranquilla domenica mattina dedicata allo shopping.
All’ingresso però, a dare la misura che qualcosa è cambiato, c’è un particolare che salta all’occhio: la presenza della guardia giurata con il giubbotto antiproiettile, mai vista prima. L’irruzione di tre banditi armati di mitragliette e di pistola, sabato sera, ha seminato il panico tra dipendenti e clienti del magazzino e dai capannelli, dai ripetuti sopralluoghi della polizia, fuoriescono ancora gli echi di quei tre minuti che per fortuna hanno lasciato solo paura e un brutto ricordo tra i presenti. Un ricordo che è andato ad amplificare la sensazione di insicurezza sempre più spesso dichiarata e ribadita davanti ai taccuini e ai microfoni da molti cittadini ferraresi.
«Tutto ciò è molto triste - commentano Roberta e Giuseppe mentre raggiungono l’automobile nel parcheggio - il Natale che conosciamo non è questo. Ci sta cambiando tutto intorno e anche l’episodio di ieri sera (sabato, ndr) non ci fa sperare in meglio».
Sono i dipendenti, però, a confermare che la memoria della scorribanda che ha fruttato ai rapinatori solo poche migliaia di euro a fronte dello spiegamento di un piccolo arsenale militare è andata a smuovere corde rese più sensibili da una sensazione di incertezza e di disagio che arriva da lontano. Gloria Pellegrini, «la prima assunta qui, da Media World, 15 anni fa», pochi istanti dopo il blitz si è rannicchiata sotto il banco della cassa numero 3 e da lì ha seguito quello che le avveniva intorno con l’udito.
[[atex:gelocal:la-nuova-ferrara:ferrara:cronaca:1.12618384:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.lanuovaferrara.it/image/contentid/policy:1.12618384:1650599558/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]
«Ho sentito quelle voci forti che si staccavano dalle altre - racconta - ho visto quelle persone, avevano il volto coperto ed erano vestite di scuro, una ha urlato alla guardia interna (non armata, ndr) di stendersi a terra, altri due sono entrati con le mitragliette. Mi sono nascosta sotto la mia postazione di lavoro, mi sono fatta piccola e immobile come se fossi parte dell’arredamento». Il primo pensiero è stato il più spaventoso: «Ho temuto, lo ammetto, che si trattasse di un attentato, che fossero terroristi dell'Isis e che l’obiettivo non fosse l’incasso ma le persone. Credevo che ci avrebbero ammazzati tutti. Ho avuto un’altra paura così forte durante il terremoto del 2012».
È stato terrore puro quando uno dei banditi si è avvicinato alla collega della cassa 1, Elisa Rimondi, e le ha intimato di aprirla sbattendo il calcio della mitraglietta contro il piano di metallo (che è rimasto ammaccato) e poco dopo quando la collega si è avvicinata alla cassa 3 (dove era nascosta lei) per prelevare il contenuto. «Sono rimasta in silenzio, lì sotto, sentivo le urla (“Tutti a terra”) e il battito continuo dell’arma di uno dei banditi contro il pannello che mi separava da lui». Elisa Rimondi è stata poi costretta a raggiungere il box dei cellulari, dove è stata saccheggiata l’altra cassa. «Non dimenticherò più quel momento di silenzio che ha preceduto le grida della gente mentre cercava riparo verso l’esterno», racconta Gloria Pellegrini.
Camilla, dalla postazione Vodafone accanto all’isola dei cellulari, è rimasta terrorizzata dai «colpi, ho subito pensato a un atto di terrorismo e speravo che i banditi non fossero armati di bombe. La gente correva, l’ho fatto anch’io, verso le uscite di sicurezza». Stefano, uno dei dirigenti del grande magazzino, era all’ingresso. «Ho chiamato il 112 alle 18.31 - ricostruisce - tutto è finito tre minuti dopo». Federica si trovava alle sue spalle, nell’area dove si firmano i contratti e dove si trovano altre casse, totalmente ignorate dai banditi. «Mi sono abbassata dietro alcuni mobili - ricorda - Ho cercato di diventare invisibile, i rapinatori ci tenevano d’occhio ma sono riuscita lo stesso a chiamare il 112 usando il mio cellulare».
[[atex:gelocal:la-nuova-ferrara:ferrara:cronaca:1.12618653:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.lanuovaferrara.it/image/contentid/policy:1.12618653:1650599558/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]
Sandra, una promoter con postazione di vendita vicina all’ingresso, si è stesa a terra: «Sentivo dire “State giù, altrimenti spariamo” e “Ola ola ola”. Sono stati minuti di grande tensione, poi quando tutto è finito sono andata a rincuorare Gloria, era spaventata e piangeva». Anche tra i clienti il fatto ha lasciato il segno e il richiamo alla sicurezza è costante.
Lo testimonia la dichiarazione, esorcizzante ma non troppo, di Cristina Fraternali e della figlia Martina. «Prima di venire a fare acquisti, stamattina ci siamo chieste: qual è il momento migliore per evitare “incontri spiacevoli”? Forse entrare in un centro commerciale all’ora di apertura piuttosto che a quella di chiusura. La preoccupazione per tutto quello che sta avvenendo, non solo qui, c’è ed è tanta». Una mamma torna con la mente a sabato sera. «Io e mio figlio che ha 13 anni eravamo qui vicino, al Bennet, più o meno a quell’ora. Per fortuna ci siamo detti che saremmo venuti stamattina. Se sono sorpresa? Non più di tanto. Il problema è che non c’è solo la rapina: c’è il degrado sociale, umano e urbano che amplifica il nostro senso di insicurezza. Basta fare un giro in città, anche in centro».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google
