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Carife, i bond ‘buoni’ diventati più rischiosi

di Stefano Ciervo
Carife, i bond ‘buoni’ diventati più rischiosi

All’emissione avevano rating alto, poi sono peggiorati assieme alla banca. Ma i risparmiatori non lo sapevano. La Cassa: nessun premio per venderli

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FERRARA. I dipendenti Carife, a differenza di quanto sta emergendo altrove, «non hanno mai avuto premi settimanali» per piazzare le ormai famigerate obbligazioni subordinate, perché il «sistema premiante è sempre solo stato indirizzato alla filiale, e non al singolo». È quanto fa sapere Nuova Carife dopo la choccante intervista di Repubblica ad un direttore di Banca Etruria, nella quale si denuncia un sistema sostanzialmente truffaldino con il quale alcuni dipendenti di quell’istituto di credito spingevano inermi risparmiatori a sottoscrivere grandi quantità di «bond a rischio», anche di recente (ci sono emissioni Etruria fino al 2014).

Ancora, a corso Giovecca non risulta alcuna lettera da parte dei commissari per avvisare sottoscrittori dei bond che il loro profilo Mifid non corrispondeva ai loro investimenti, e convocarli in filiale per rimediare, come invece successo sempre in Toscana. Negli anni, nel contatto cliente-banca, sono avvenuti almeno due aggiornamenti Mifid. Insomma, viene fuori la “diversità” ferrarese anche nella gestione dei bond subordinati, che peraltro era fotografata anche dalle date di emissione: 2006 e 2007, periodo nel quale la banca era sottoposta al rating Baa1 di Moody’s, che corrisponde a «rischio moderato» dell’emittente, seppure con «determinate caratteristiche speculative». Nella categoria di rischio complessivo le emissioni erano a livello 2 nella scala che va da 0 a 5, con gli estremi corrispondenti a Bot e prodotti derivati. Per la stragrande maggioranza dei detentori di questi bond, chi cioè li ha sottoscritti all’emissione, non sarà quindi facile dimostrare un raggiro dal punto di vista della vendita speculativa, ma pure l’arbitrato governativo dovrà tener conto delle caratteristiche specifiche dei prodotti Carife.

Un discorso diverso può essere fatto per gli anni successivi, quando il livello di rischio degli stessi bond si è alzato con l’abbassarsi del rating dell’emittente, prima a Baa3 e poi, quasi in contemporanea con l’aumento di capitale del 2011, addirittura a Ba1. Quest’ultimo segnala «elementi speculativi» e «un rischio credito sostanziale» e si ripercuote naturalmente sulle emissioni della banca. La normativa non prevede che venga mantenuto aggiornato il risparmiatore sull’evoluzione del rischio emittente, e Carife non risulta lo abbia fatto con i suoi obbligazionisti. Di fatto, quei bond che al momento dell’emissione era titoli sicuri, hanno acquisito rischi con il deteriorarsi della situazione della banca, ma i risparmiatori non se ne rendevano conto. E così nessuno, tranne chi ha avuto bisogno di soldi e ha dovuto smobilizzare, ha pensato di venderli quand’era ancora in tempo, cioè entro i cinque anni dall’emissione.

Su questo particolare si giocherà con tutta probabilità una fetta delle possibilità di rivalsa in sede legale degli obbligazionisti azzerati, ma è ormai chiaro che non sarà possibile far combaciare i dossier Carife con quelli di altre banche coinvolte nella risoluzione. Quanto all’arbitrato, c’è una proposta di Altroconsumo di adottare il modello Parmalat e bond argentini, cioè «commissioni paritetiche consumatori/Abi che rivalutino caso per caso l’adeguatezza dell’investimento proposto al consumatore».

Stefano Ciervo

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