Sgarbi: «Io rallentare? Non lo so, sono un combattente»
Intervista telefonica con il professor Vittorio ricoverato in Terapia intensiva a Modena. «Non avevo capito che stavo per morire. Mi ha chiamato anche Franceschini»
FERRARA. La velocità di reazione non è mai stata una qualità che gli ha fatto difetto. Anzi, mercoledì notte forse è stata la sua principale alleata. Quella che l’ha salvato da un infarto che avrebbe potuto essere letale, una diagnosi che ha sorpreso lo stesso critico d’arte ferrarese quando si è trovato di fronte ai medici di Modena. Vittorio Sgarbi lo ha ammesso senza giri di parole, con un tono di voce che confermava che il trattamento ospedaliero, in mattinata, lo aveva già messo in condizioni di parlare con tutti. «Non avevo capito che nel giro di mezz’ora, come mi hanno comunicato i medici, avrei potuto morire. Ho avuto una buona intuizione quando ho deciso di non aspettare l’arrivo a Firenze, dove ero diretto», spiega Sgarbi dal letto della terapia intensiva del Policlinico di Modena.
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Il suo cellulare fino dalla mattina è rimasto acceso per rispondere alle decine di amici, conoscenti e giornalisti che hanno voluto sentire direttamente dalla sua voce cosa era avvenuto durante il viaggio interrotto per motivi di salute all’altezza del casello di Modena Sud. Sgarbi ha risposto a tutti, rassicurando e spiegando. Ieri è passata a trovarlo anche la sorella Elisabetta, visibilmente in apprensione. «Ma io non mi arrendo con facilità, sono un combattente...», dichiara il critico alla Nuova Ferrara. E poco dopo sul suo profilo Facebook si concede anche la battuta: «Non sarebbe stato da Sgarbi andarsene all’altro mondo al casello autostradale di Modena Sud. Capre, sono ancora qui».
Professore, come sta?
«Relativamente bene rispetto alla gravità del fatto. Per quanto stessi male non avevo immaginato che fossi più vicino alla morte di quanto avessi pensato. Se avessi scelto di proseguire, probabilmente all’altezza di Ronco Bilaccio la situazione sarebbe divenuta irreversibile. Devo ringraziare i medici che mi hanno salvato la vita».
In queste ore sul web si moltiplicano gli inviti a non demoralizzarsi. Anche il telefono starà suonando senza sosta....
«Sì, mi ha chiamato anche il ministro Franceschini. Ha avuto lo stesso problema (nel marzo del 2014, ndr). Mi ha detto che è stato un bene che i medici abbiano avuto la possibilità di intervenire tempestivamente».
Gli specialisti hanno parlato di un’ischemia cardiaca, quando ha accusato i primi sintomi?
«Fino alle 2 era andato tutto bene. Ero a Brescia, avevo visitato due chiese, poi mi ero trattenuto con amici fino alle 2.45. Ho avuto i primi forti dolori all’addome in auto, all'altezza di Mantova, a notte fonda. Mi ero steso in auto ma il male non passava, sentivo una pressione forte al petto, il dolore si diramava verso il braccio e la mano. Allora ho deciso di uscire al casello di Modena e di andare al Policlinico. Volevo farmi controllare. È stata la decisione giusta, lì mi hanno detto quanto avevo effettivamente rischiato. Che dire, l’ho scampata anche questa volta». Il primo pensiero è stato per i famigliari e gli amici, tutti avvisati e, in parte, rassicurati.
Quando potrà tornare a casa?
«Dovrò restare qui almeno una settimana, probabilmente lunedì prossimo dovrò essere sottoposto a un secondo intervento».
Non è che dovrà sfoltire un po’ la sua agenda? Tanti impegni, uno dietro l’altro, fino a notte fonda. Forse anche le ultime vicende familiari non hanno aiutato.
«Non ho enfatizzato la perdita di mia mamma (avvenuta poco più di un mese fa, ndr), è stato un fatto che ci ha colpito tutti in famiglia ma non vedo una relazione con quello che mi è accaduto. Come anche le ultime polemiche, da Bologna in poi. L’idea di un confronto anche animato non mi spaventa. La velocità? È una mia condizione fisiologica. Non so se dovrò rallentare, sentirò cosa dicono i medici».
E con gli impegni già presi per il 2016?
«C’è già un progetto in programma per il Giubileo, una mostra, altre sono in previsione nelle Marche. Se tornerò a sentirmi bene non mi mancherà il lavoro, ecco».
Nelle ultime settimane è intervenuto anche su questioni più leggere, come l’albero di Natale di Ferrara.
«Quello di Urbino è inguardabile, ma devo dire che anche quello di Ferrara non è proprio azzeccatissimo. Non sono riuscito a capire come ha fatto il vescovo a tollerare la presenza davanti al Duomo, uno dei più belli d’Italia, di tutti quei tubi colorati». (gi.ca.)
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