Carife, spunta un impegno pro-azionisti
Ordine del giorno a margine della legge di Stabilità, applicabilità tutta da verificare. Bankitalia: non c’erano privati pronti
FERRARA. I risparmiatori beffati dal “salvataggio” Carife dovranno attendere diversi mesi prima di avere un’idea delle loro chance di recupero delle somme perdute attraverso il fondo di solidarietà. Il testo della legge di Stabilità approvato l’altra notte dalla Camera, in attesa dell’ultimo passaggio al Senato che non dovrebbe portare a stravolgimenti, prevede infatti 90 giorni di tempo per mettere a punto procedure e condizioni di accesso al fondo, dal momento dell’approvazione definitiva. Si fa comunque salvo il diritto al risarcimento del danno per via giudiziaria, «prevedendo la surroga del Fondo nel risarcimento e nel limite delle somme eventualmente corrisposte». Confermato invece il plafond di 100 milioni, che potrà risarcire meno di un terzo dei bondisti con i ferraresi a rischiare ulteriori beffe per la peculiarità dei loro investimenti, a dispetto di notizie molto più ottimistiche circolate ieri mattina.
La novità di giornata è semmai l’approvazione di un ordine del giorno, a firma di sei democratici tra i quali Alessandro Bratti, che impegna il governo «a valutare l’opportunità di intraprendere azioni politiche ed iniziative legislative urgenti» per destinare «una quota degli eventuali utili realizzati con la cessione dei “crediti deteriorati”» ad aumentare le risorse del fondo, non solo per gli obbligazionisti ma anche «dei piccoli risparmiatori possessori di azioni», attraverso un nuovo strumento. Un’ulteriore quota dei questi proventi, la terza, andrebbe poi impiegata a surrogare gli interventi che le Fondazioni bancarie non possono più fare. Sono inoltre previste agevolazioni fiscali per gli ammanchi di azionisti e bondisti. Sempre l’ordine del giorno impegna il governo «a valutare l’opportunità d’intraprendere ogni iniziativa» per una clausola sociale negli accordi di cessione delle banche, su occupazione e contratti, e a «favorire l’emissione» da parte delle banche acquirenti di obbligazioni o azioni riservate, a condizioni di favore, ai risparmiatori beffati. «Che peso possono avere questi impegni? Beh, il documento è stato approvato...» annota prudente Bratti, visto che servono soldi aggiuntivi e l’accondiscendenza degli organi di vigilanza.
Ieri Banca d’Italia ha scelto di rispondere alle 10 domande poste su Repubblica dal comitato Vittime del salva banche. Molti concetti sono già noti, tipo la motivazione di azzerare anche i bond emessi quasi un decennio fa: la colpa è «la direttiva europea sul risanamento e la risoluzione delle banche». Sempre ieri, però, Antonio Patuelli (Abi) ha annunciato la volontà di esaminare ogni via legale contro il decreto, «non escluso il ricorso alla Corte di giustizia», nell’attesa di «giustificativi scritti anche sul veto di Bruxelles all’uso del Fitd già deciso ad esempio per Carife». E proprio sul mancato aumento di capitale già deciso dall’assemblea di Ferrara, ma pure a Etruria, verte la risposta alla terza domanda: «Non è stato possibile per la preclusione manifestata dagli uffici della Commissione Ue, che hanno ritenuto di assimilare ad aiuti di Stato gli interventi Fitd». C’erano privati pronti a intervenire, almeno parzialmente, come ha rivelato ad esempio Riccardo Maiarelli (Fondazione)? Non per «risolvere la situazione di crisi delle banche», è la porta sbattuta in faccia da Bankitalia.
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