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Carife, la Fondazione "salva" gli ex

Stefano Ciervo
Carife, la Fondazione "salva" gli ex

Maiarelli: non ci sono le condizioni per cause ai vecchi amministratori. Il decreto? Una bancarotta

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Per il Riccardo Maiarelli presidente della Fondazione Carife questo 2015 è davvero un anno da dimenticare, e non per nulla la prima cosa che ha fatto sedendosi ieri nella redazione della Nuova è stato... spulciare il suo oroscopo personalizzato per il 2016, caso mai ci fossero altre trappole già pronte a scattare. Poi, forse un minimo sollevato, si è assestato sulla sedia per rispondere al fuoco di fila delle domande. «A che punto siamo nella ricerca delle responsabilità di quanto successo? Guardi, i legali sono al lavoro ma non è facile, nei documenti ci sono una serie di cose coperte dal segreto, di sicuro uno cosa la posso dire: chi dà tutta la colpa alla cattiva gestione della banca - scandisce l’ormai ex azionista di maggioranza - non tiene conto che negli ultimi sei anni la banca è andata a braccetto con Bankitalia, e che di sicuro gli ex amministratori non c’entrano nulla con quanto successo dopo. Non ci sono quindi le condizioni per promuovere cause contro di loro perché non basta la perdita di patrimonio, se ci fossero le avremmo fatte anche prima dell’assemblea».

Per Maiarelli, lo ha fatto capire anche ieri, le responsabilità vanno cercate altrove, in chi ha confezionato il “pacchetto” Carife all’interno del salva-banche: «Non è stata riconosciuta la differenza tra Ferrara e le altre tre banche. Nel caso Tercas, addirittura, le banche che hanno fornito i soldi per l’intervento al Fitd non hanno ottenuto nulla, mentre nel caso di Carife e delle altre il loro è una specie di prestito che contano di recuperare con interessi. E Mps non era certo sicura di restituire i soldi pubblici, al momento del loro prestito». E quel passaggio di sofferenze alla bad bank per il 17% del loro valore di bilancio «di fatto imposto dall’Ue, con Bankitalia in disaccordo, come ha detto anche Barbagallo (numero uno della Vigilanza, ndr), si chiamerebbe bancarotta se fossimo di fronte ad aziende normali». Evidentemente la normalità è un’utopia, in questa vicenda.

Nulla da rimproverarsi guardando agli ultimi, roventi mesi? «No, da quando ho preso in mano la cosa ho sempre lavorato alle alternative, ho preso atto del senso di responsabilità con il quale la quasi totalità dei soci votò, il 30 luglio, il piano Fitd: sono stati calpestati i loro diritti. Gli aiuti politici? Non ho mai incontrato il ministro Padoan, solo i funzionari ministeriali della vigilanza - fa presente il presidente della Fondazione, con riferimento alle indiscrezioni di Libero su di una intercessione di Dario Franceschini - Abbiamo spinto tutti per far approvare il decreto sul bail-in, ma poi si è visto che non era quello il problema per Carife».

C’è da disegnare anche il futuro della Fondazione: solo strumento d’iniziative giudiziarie o altro? «Bisogna mettere in sicurezza il patrimonio, le 107 opere della quadreria e le 360 ceramiche graffite, prima di valutare idee come quelle di Sgarbi di esporle a Palazzo Crema, e quello delle Fondazioni minori, che si potrà tutelare con aggregazioni e alleanze... di area vasta, Modena e Bologna anzitutto - ragiona Maiarelli - Ma da ferrarese considero patrimonio della città anche i De Pisis e Mentessi rimasti alla Nuova Carife».

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