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«Per noi un cortese pensionato»

«Per noi un cortese pensionato»

Arrestato per Coca Connection, da anni era un uomo libero

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Cortese, educato, mai un problema. I vicini di casa di Giancarlo Colombani lo descrivono così. Ignari del suo passato, a fatica riescono a sovrapporre l’immagine del pensionato tranquillo che conoscevano con quella dell’esponente di primo piano della “Coca Connection” che le cronache hanno riportato all’attenzione in questi giorni. Da una decina di anni viveva con la compagna in una palazzina di via Oroboni, con pochi altri inquilini. «Quando lo incontravo mi salutava sempre con grande gentilezza», riferisce una residente che preferisce rimanere anonima. Inutile cercare di strappare qualche parola alla compagna: «Avrei preferito che non uscisse nemmeno la notizia», risponde semplicemente al citofono, senza voler aggiungere altro. Una morte violenta che ha riportato a galla il passato burrascoso della vittima, facendo riaffiorare storie vecchie di oltre vent’anni. All’inizio degli anni Novanta Colombani era finito in carcere al termine dalla maxi operazione Coca Connection condotta dall’Arma dei carabinieri , che aveva permesso di scoprire un grosso traffico di cocaina fra l’Italia e la Colombia. Tra i vertici della banda, anche il figlio del braccio destro di Felice Maniero, già capo della “mafia del Brenta”, ma lo stesso Colombani era stato ritenuto uno degli elementi di spicco ed era stato condannato a 14 anni. L’ultimo guaio con la giustizia, per Colombani, risaliva a tre anni fa, quando venne arrestato nell’ambito di un’inchiesta coordinata dalla Direzione distrettuale Antimafia di Venezia e che aveva portato a eseguire diverse ordinanze di custodia cautelare in carcere in diverse regioni italiane. A Colombani la magistratura contestava l’appartenenza a un gruppo di trafficanti di cocaina, ma le accuse erano cadute prima ancora di arrivare a un processo e Colombani era tornato in libertà. Da allora era rimasto un uomo libero.

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