Carife, un vuoto di potere che fa paura
Il sistema-banca era la rappresentazione degli assetti economici. L’equilibrio è saltato per sempre. Domina il silenzio
La Nuova Carife ancora non c’è. La creatura partorita in fretta e furia il 22 novembre dal consiglio dei ministri con un taglio cesareo imposto dall’asfissiante incombenza del bail-in è ancora sotto l’incubratrice di Bankitalia e resspirerà con i suoi polmoni solo quando arriverà l’ossigeno del nuovo proprietario che si prenderà a buon prezzo la good bank. C’è una legittima attesa per quel giorno, ci si augura che il padrone che verrà sia robusto e ben intenzionato, cioè che tenga in piedi il grosso della struttura: i clienti affezionati, la rete delle agenzie, i posti di lavoro. Nella migliore delle ipotesi la Nuova Carife conserverà il corpo - più o meno smagrito - di Carife ma non potrà recuperare l’anima di Carife, la sua essenza. L’anima di Carife era tutt’altro che immateriale, pesava assai più di 21 grammi e non era un’anima gentile. Carife era, nel bene e nel male, il luogo di rappresentanza del potere economico e corporativo di Ferrara e di una gran fetta della provincia ferrarese.
La percezione. Questa cosa già non esiste più, ma ancora non se ne percepisce la mancanza e soprattutto non se ne vedono ancora gli effetti. Con Carife sparisce un centro di potere fondato sulla sostanziale diarchia Confagricoltura-Unindustria e una stanza di compensazione che consentiva a ad altri attori di giocare un ruolo, sia pure non da protagonista, o di avere un prestigioso riconoscimento, di acquisire uno status: ora sono nel cda di Carife.
Per pronunciare dentro di sè questa autostimante frase si sono combattute battaglie tra le associazioni economiche e all’interno di esse come è perfino ovvio che accada quando sono in gioco potere, soldi e prestigio. Ma erano scontri che sancivano comunque nuovi equilibri.
Nel sistema Carife è stato più facile cambiare linea di governo e strategie che cambiare il modello di governance. Un po’ come accade nei sistemi totalitari così amabilmente descritti da Orwell in “1984”. Non è un caso che Sergio Lenzi, chiamato alla presidenza di Carife per cambiare la rotta imboccata dall’asse Murolo-Santini, sia riuscito a dare un bel colpo di timone, ma non a rivoluzionare la composizione del consiglio di amministrazione nella primavera del 2013.
I due giudizi. Peccato lieve secondo Riccardo Maiarelli e anche secondo Tiziano Tagliani: il presidente della Fondazione e il sindaco della città hanno scagionato dalle colpe Lenzi e gli ultimi amministratori di Carife in quanto decisero sotto la strettissima vigilanza di Bankitalia. Peccato grave invece secondo Luigi Marattin: per il consigliere economico di Renzi il mancato rinnovamento del cda è stato uno dei fattori che ha convinto Bankitalia della necessità di commissariare.
Al di là degli opposti pareri, è un dato di fatto che la discontinuità nel 2013 non vi fu. Il motivo? Già tre anni prima era stato raggiunto il punto di equilibrio. Ecco allora le riconferme di Lenzi (Confagricoltura), Ennio Manuzzi (Unindustria), Riccardo Fava (Unindustria), Paolo Govoni (Cna), Simonetta Talmelli (Pmi-Unindustria), Giuseppe Vancini (Confartigianato), Antonio Bondesani (mondo delle professioni), Massimo Marchetti (Confagricotura). I tre avvicendamenti riguardarono Mario Guidi (Confagricoltura), il professionista Marco Berti e Teodorico Nanni (Unindustria): al loro posto entrarono Davide Urban (Ascom-Confcommercio) e due figure tecniche non direttamente ascrivibili al sistema delle associazioni economiche locali, ma che non bastarono a segnare il cambio di passo: gli avvocati Decio Morgese, esperto di diritto bancario, e Alessandro Triscornia, esperto di diritto societario già membro di cda di importanti spa nazionali.
Per Luigi Vitellio, segretario del Pd, e per il compagno di partito Marattin il viscoso sistema di potere che si è perpetuato negli anni è alla base dei rovesci di Carife. Maiarelli invece punta il dito sul passato (ante Lenzi) e sul presente (Bankitalia e governo).
Il vuoto di potere. La storia e qualche giudice diranno prima o poi chi ha più ragione. Ma a questo doveroso ragionare sulle colpe di ieri e di oggi, dovrebbe ormai accompagnarsi una preoccupazione sul futuro di Ferrara. La scomparsa di un centro di potere cosa produrrà? Che effetti avrà anche sul piano politico?
I potentati economici che hanno costituito Carife se ne sono stati silenti: il commissariamento prima (27 maggio 2013) e l’atto d’accusa dei commissari contro gli amministratori di Carife poi (luglio 2014) hanno annichilito l’establishment che ruotava attorno alla Cassa di risparmio di Ferrara.
Solo Maiarelli (Unindustria) che sulla spalle si porta il peso dolente della Fondazione Carife ha fatto sentire la sua voce in questi mesi. Confagricoltura, ma anche Cna, Confartigianato, Ascom non hanno fiatato prima - forse nella speranza che il Fondo Interbancario ci mettesse una pezza - e non si sono pronunciati dopo il 22 novembre, quando è stata decretata la fine di Carife e la nascita di una Nuova Carife che non coincide più con la vecchia Cassa e che determina uno scompaginamento definitivo degli assetti di potere. Anzi provoca un inedito e forse insidioso vuoto di potere.
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