La Nuova Ferrara

Ferrara

IL POTERE DOPO CARIFE

Il poltronificio ferrarese è morto

di STEFANO SCANSANI
Il poltronificio ferrarese è morto

Domini ed equilibri non saranno più come prima. Come funzionava il sistema spartitorio

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Potenti. Rampanti. Inamovibili. Sono i titoli di un terzetto di inchieste che la Nuova Ferrara aveva realizzato nel non rimpianto 2015. Visto da oggi quell'impertinente lavoro di scavo giornalistico rappresenta l'ultima fotografia veritiera del poltronificio ferrarese. L'ultimo album di famiglia del potere locale, poco prima del big bang della Carife.
Big bang che ha stramazzato tutti. Li metto in fila: città, territorio, risparmiatori, dipendenti, azionisti, obbligazionisti dei quali conosciamo dolori e drammi. All'appello di questo sgombero generale fino ad oggi non è stato considerato il convitato di pietra: il potere ferrarese. Cioè quel dominio trasversale, economico, creditizio e corporativo che sedeva al tavolo del consiglio d'amministrazione della Carife più o meno dal principio et nunc et semper fino al commissariamento del maggio 2013. Dopo la fine della vecchia Carife quel potere - in forma, articolazioni e sostanza - non c'è più. In corso Giovecca non ha più la sede dove materializzarsi, replicarsi, governare.
CONSOCIATIVISMO PERFETTO
Tutto non è più come prima, quando nel rispetto meticoloso di un manuale spartitorio Confagricoltura (rappresentante il latifondismo locale) si porzionava il dominio con Unindustria (coagulante l'imprenditoria territoriale). I due convitati s'alternavano sul seggio della presidenza e sulle poltrone maggiori con un numero cospicuo di consiglieri. Alle altre organizzazioni di categoria (non tutte, però) spettavano sgabelli, seggiole senza braccioli, cassapanche e panchine: Confartigianato, Cna, Ascom ovvero Confcommercio. Il consociativismo era così perfetto e replicato che tutti ne erano felici e contenti. Come i vertici della Fondazione Carife la quale, nell'allora, controllava la banca, deteneva il pacchetto più prospero di azioni e, a sua volta, replicava il tandem Confagricoltura Unindustria, con scambio cortese di posti fra presidenza e vicepresidenza. Questo modello di alternanza si moltiplicava in ogni dove, con la sua anima democratica e con il suo buon corpo di potere, di diarchia onnipotente: il latifondista e l'industriale, l'industriale e il latifondista… Con uno scatolame cinese, una matrioska russa sempre più fini e testardi. Abbiate la pazienza di studiare la scheda qui a destra.
STANZE E STANZETTE
Le stanze dei bottoni della Carife e quella della sua Fondazione producevano una serie di stanzette, sempre uguali. Non farò l'elencazione delle presidenze e dei componenti dei cda del ventaglio delle controllate e partecipate: essi ad imitazione del successo della capofila riproducevano in multiplo la stessa formula. Tutta Ferrara era impegnata nel marchingegno operativo e rappresentativo. A grappolo si strutturavano realtà associazionistiche di risparmiatori e azionisti, laterali, collaterali, collaborative. È il caso di Amici di Carife che, con i tempi che corrono, è in difficoltà per il nome programmatico che porta. Non tiro in ballo la perennità di taluni consiglieri, oppure il provvidenziale sistema della beneficenza, dei sostegni, delle sponsorizzazioni. Il poltronificio era così largo e macro che nessuno lo vedeva. O lo voleva vedere, come la politica. Ora, implosa la vecchia Carife, nulla tornerà com'era in origine. La Nuova Carife ha un cda con niente di ferrarese e sarà messa all'incanto entro l'anno corrente. Addio. Non può quindi passare inosservata l'estinzione del modello di potere ferrarese. È morto per sempre. E non è il primo. Insegna qualcosa l'antica separazione indigena fra la politica e l'economia decisa già ai tempi del Pci e della Dc, dei rossi e dei bianchi. Ai primi spettò il dominio dell'amministrazione pubblica, ai secondi quello dell'economia e quindi della banca. I due sistemi si toccavano e coincidevano in un punto focale: il mondo della cooperazione, ancor più precisamente nella Costruttori. Che per prima è andata a gambe all'aria, seguita dall'agonia e dal trapasso della Carife. Ecco perché forse la politica non s'è occupata della sorti della banca per quasi tutto il decorso della sua malattia. Non era negli antichi patti, e poi occuparsi di banche poteva e può significare contaminarsi, compromettersi, dopo le recenti ustioni a livello nazionale.
IL SILENZIO S'IMPONE
Nella sua inchiesta di ieri Marcello Pradarelli ha messo in fila il posizionamento di un paio di politici locali, entrambi del Pd. Quello del segretario provinciale Luigi Vitellio che in luglio aveva salutato il dissolvimento del sistema di potere locale; e quello del consigliere economico del premier, Luigi Marattin. Quest'ultimo inchioda la classe dirigente locale alla responsabilità di aver fatto andare a rotoli la banca. Reazioni? Neanche una. Come per ogni lutto il silenzio s'impone. Nessuno degli interpreti dell'ultima stagione di Carife parla, dice la sua sul travaglio storico, perché la compartecipazione da manuale era così incarnita da trasformare i rappresentanti delle categorie in governatori della banca. Il riserbo si è fatto ancor più stretto e obbligatorio dopo che i commissari hanno avviato l'azione di responsabilità civile contro 31 ex amministratori dell'istituto. A 2 ex presidenti, agli ex di 2 cda e 2 ex direttori generali. La richiesta di risarcimento ammonta alla cifra colossale di 309 milioni scontati a 100, perché in pochi credono alla causa e al recupero. Gli interpreti giocano in difesa, senza sonoro. È molto interessante la dichiarazione di Riccardo Maiarelli, anch'essa colta dal nostro giornale al tramonto del 2015. Maiarelli è il presidente della Fondazione Carife ed è indubbio che ha combattuto fino all'ultimo per la salvezza della Cassa e degli azionisti. Maiarelli ha anche affermato che non ci sono le condizioni, da parte della Fondazione, per promuovere cause contro gli ex vertici di Carife "perché non basta le perdite di patrimonio, se ci fossero le avremmo fatte anche prima dell'assemblea". A questo punto, inevitabilmente, riemerge la catena del sistema ferrarese che per norma non procura autolesionismo e men che meno fa cannibalismo. Maiarelli è anche presidente di Unindustria: il suo predecessore è stato Riccardo Fava già nel cda di Carife; e nel contempo nel 2014 ha sostituito Piero Puglioli alla guida della Fondazione, altro uomo di Unindustria. Ciò vale anche per Pier Carlo Scaramagli, vicepresidente della Fondazione e locale presidente di Confagricoltura, per tutti gli uomini di Confagricoltura che stavano ai piani alti della banca. Con la sparizione della vecchia Carife e quindi della sala di regia del dominio ferrarese, ora c'è il vuoto. Non di potere. Quello si è ritirato nelle sedi delle organizzazioni, dove frequentemente governano gli inamovibili. Quello contemporaneo è un passaggio delicatissimo per Ferrara, chiamata a riorganizzarsi nell'anno giubilare. Non tanto della misericordia, ma per la sua motivazione più ancestrale. Quella del Vecchio Testamento. Ogni tot anni i sistemi e gli interessi di parte dovevano tendere ad azzerarsi, smaltirsi, ripartire daccapo, con nuovi progetti, nuove generazioni. Chi incomincia?
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