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Ferrara

LA DOMENICA

Qui a Ferrara è tutto un patto

di STEFANO SCANSANI
La bandiera della Carife
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La bandiera della Carife

Il commento domenicale del direttore della Nuova Ferrara

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Le organizzazioni di categoria che amministravano la vecchia Carife hanno perso la parola. Perché farsi inquietare dal poltronificio, fino a ieri così ospitale? Perché aver paura delle matrioske che contenevano i 150 posti nei cda della Cassa e delle 12 controllate? O le organizzazioni di categorie non hanno ricordi. Oppure se ne stanno quatte e zitte perché la memoria di Ferrara è labile.

di STEFANO SCANSANI


Buona domenica. Mi rivolgo a Pier Carlo Scaramagli, presidente della Confagricoltori provinciale; a Giuseppe Vancini, segretario della Confartigianato locale; a Giulio Felloni, presidente dell’Ascom Ferrara.

Mancano all’appello. Si sente la loro mancanza. Da quando il caso Carife è esploso, nel maggio 2013, a quando la Carife è implosa, cioè oggi, non hanno vergato una riga o pronunciato una parola sulla creatura creditizia ferrarese della quale le loro realtà gestione dopo gestione, hanno condiviso l’amministrazione, spartito i posti. Il presidente della Cna provinciale ieri è uscito allo scoperto, tenendo fede alla promessa di occuparsi ufficialmente e pubblicamente della questione.

La Nuova ha pubblicato integralmente la lettera di Alberto Minarelli. Sintesi: “Solidarietà verso i risparmiatori colpiti e le loro famiglie, ora serve un passo avanti per trovare soluzioni efficaci e trasparenti”. Cna non invoca solamente una commissione d’inchiesta, non è solo critica sulle scelte recentissime di governo, Banca d’Italia e Consob, ma viene al dunque, randella la politica indigena: “Negli ultimi mesi si sono susseguite le affermazioni di politici locali, volte a mettere sotto accusa le associazioni di categoria come responsabili delle scelte operate dal management Carife in questi anni. Affermazioni che, oltre a rappresentare un comodo scaricabarile su una vicenda che vede il concorso di numerosi soggetti, paiono ispirate ad una comune volontà di delegittimare il ruolo delle associazioni di rappresentanza delle categorie economiche, secondo una visione che le vorrebbe subordinate al potere politico”.


A questo punto della storia mancano le voci delle organizzazioni elencate in premessa. Confagricoltura non si è mai espressa pur avendo contato nell’ultima vecchia Carife un presidente (Sergio Lenzi) e un consigliere fisso (Mario Guidi che non è un calibro da poco, essendo presidente nazionale della confederazione). Diverso l’approccio di Unindustria che prima ha espresso nel cda Carife il suo presidente Riccardo Fava e il socio Piero Puglioli al governo della Fondazione che controllava la banca, quindi l’imprenditore Ennio Manuzzi come vice di Lenzi: ora il suo numero uno Riccardo Maiarelli è presidente della Fondazione e uno dei pochissimi irriducibili combattenti per la sopravvivenza della Cassa. Maiarelli si fa sentire sempre e acutamente, in equilibrio tra Unindustria e la Fondazione.


Ancora silente la Confartigianato, il cui segretario provinciale Giuseppe Vancini ha partecipato al cda della Cassa. Lo stesso vale per Ascom: il suo direttore Davide Urban è stato consigliere Carife nell’ultimo mese prima del commissariamento (il “consigliere di maggio”), mentre il suo presidente Giulio Felloni ha fatto parte del cda della controllata Banca Popolare di Roma. Mercoledì, raggiunto al telefono dalla Nuova, ci ha detto: «Leggo e vi richiamo». Siamo ancora in attesa. Si è liberi di non rispondere, ma noi siamo obbligati a sapere. Qualcuno ci ha suggerito che probabilmente con questi articoli, approfondimenti, inchieste sulle stanze dei bottoni, sul poltronificio ferrarese, sulle matrioske del potere, viene appannata quella che fu la straordinaria azione di Carife per il progresso e il benessere del territorio. Ci hanno detto che le matrioske produssero prosperità, che il poltronificio era il condensato della realtà socioeconomica positiva, fattiva e filantropica. Sono d’accordo. Di conseguenza la metto così: la Carife ha fatto benissimo, ed è finita malissimo. Spiegate perché. Poi può succedere, come ha fatto Cna, che l’esame di coscienza venga rimpallato verso altri soggetti, come la politica locale.

La mossa può scatenare il dibattito. Proprio su quest’ultima eventualità un cittadino, molto addentro ai silenzi, ha avvertito che un confronto franco sugli ultimi anni della banca (grassa, ma defunta secca) potrebbe provocare uno scontro fra le placche tettoniche. Cioè fra le stesse grandi organizzazioni di categoria e sul loro protagonismo in banca. Cosa che nessuna di esse vorrebbe. Basta riflettere sul fuoricampo che ha compiuto Cna nell’accusare la politica locale di scaricabarile, pur di non evocare cda, scelte, equilibri, strategie della banca, organizzazioni di categorie, e persone (tra l’altro coinvolte in azioni giudiziarie).
Mi pare piuttosto che la politica locale abbia goduto del buon tempo della Cassa, occupandosi di amministrazione e non di credito, com’era nei patti. Qui a Ferrara è tutto un patto. La politica ha voluto accorgersi tardi, tardissimo, che la Cassa stava implodendo. E ne è stata alla larga.


Insomma squarciare il silenzio sugli ultimi anni di Carife potrebbe significare increspare la pax ferrarese, accendere conflitti, come ad esempio fra l’assetto dell’ultima presidenza di Alfredo Santini e quella finale di Sergio Lenzi. Quale delle due ha avviato il countdown? In consiglio d’amministrazione sono stati più influenti i latifondisti agricoltori o gli imprenditori industriali? Oppure i direttori generali? O i guastafeste della Banca d'Italia? Attendiamo risposte, anche congiunte. Qui a Ferrara è tutto un patto.

s.scansani@lanuovaferrara.it
©RIPRODUZIONE RISERVATA


 

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