«Anche noi non sappiamo cosa è successo là dentro»
Un buco normativo, ma l’interno era in sicurezza. Provati i responsabili del poligono: «Vorremmo esser finiti noi sotto le macerie»
PORTOMAGGIORE. E adesso, dopo la tragedia, entrano in scena le difese dei tre indagati, che debbono rispondere di disastro colposo (reato che scatta quando vi è pericolo attorno ad una struttura, qui oltre il capannone sono lesionate e inagibili le case) e omicidio colposo plurimo (la morte di tre persone). «Adesso nomineremo i nostri periti e attenderemo i primi atti della procura, soprattutto per esaminare l’esito delle perizie in corso e cercare di capire cosa sia successo, non lo sappiamo, anche noi vogliamo saperlo»: Daniele Bertaggia che assieme all’avvocato Ornella Barillani assiste i tre indagati deve guardare avanti, alle prossime ore, ai primi atti, alle prime accuse. Insieme difendono i tre indagati, padre e figlio, presidente e segretario dell’Asd (Fabio e Stefano Ghedini) e la tesoriera dell’associazione sportiva (Paola Rubbi). Bertaggia sgombra subito il campo da ogni dubbio: «Anche noi siamo a conoscenza della assoluta carenza legislativa in materia di poligoni privati («la normativa labile», citata dal procuratore Cherchi nella pagina a fianco, ndr): non vengono poste in essere norme di sicurezza, o almeno non sono codificate per legge». Ma a fronte di questo «buco» normativo, Bertaggia assicura che «dentro il poligono, stando a quello che ci hanno detto i clienti stessi e che i responsabili avevano messo in atto, il capannone era stato allestito con le maggiori norme di sicurezza possibili, considerando (per paradosso, ndr) l’assenza delle norme». Vuole spiegar meglio? «Semplice: c’erano aspiratori sempre in funzione che aspiravano i residui dei gas e delle polveri da sparo; sostanze infiammabili non erano minimamente presenti, c’erano strutture che insonorizzavano gli ambienti realizzate con materiali del tutto ignifughi, nessuna sostanza esplodente quali benzina, carburante, proiettili. Se fossero stati presenti proiettili all’interno, nel punto di innesco o polvere da sparo in scatoloni, sarebbero esplosi e i presenti al piano terra sarebbero stati colpiti e sarebbero morti. Si parla anche di una stufa a pellet? Non ne so assolutamente nulla. L’innesco da una sagoma delle corsie di sparo? Davvero, non abbiamo la più pallida idea di ciò che è capitato». Ma ciò che è successo dentro il poligono di Portomaggiore ha purtroppo causato la morte di 3 persone e ne ha ferite altre 5 seppure non gravemente.
«A nome delle persone che assisto posso esprimere la più totale vicinanza alle famiglie delle vittime. I responsabili dell’associazione, i signori Ghesini, sono distrutti, sono davvero a pezzi e continuano a dire che vorrebbero essere finiti loro sotto le macerie. Lo ripeto, sono bravissime persone e gestivano la struttura come circolo sportivo non facendo del guadagno la priorità dell’attività: loro stessi adesso vogliono capire fino in fondo cosa è successo nel poligono». (d.p.)
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