Carife, deciderà il Tar: «È un esproprio»
Ricorso della Fondazione contro il Salva-banche, ma solo per la vecchia Cassa: l’investimento Fitd era già autorizzato
FERRARA. Lo scontro sulle responsabilità e le cause del disastro Carife si trasferisce nelle aule giudiziarie, come quasi sempre succede in Italia. Saranno i giudici civili e amministrativi di mezza Italia, seguendo la scia dei loro colleghi penali di tribunale e Corte d’appello di Milano, a scrivere la storia della fine della vecchia banca, e l’ultima spinta in questo senso è arrivata ieri dalla Fondazione Carife. L’ex azionista di maggioranza ha infatti reso noto di aver «provveduto il 30 dicembre 2015 a notificare ricorso al Tar del Lazio contro la Banca d’Italia, il ministero dell’Economia e il ministro stesso (Pier Carlo Padoan, ndr), per l’annullamento, previa sospensione e/o emissione di adeguati provvedimenti cautelari, di tutti i provvedimenti emessi dal 21 dicembre 2015 e successivi, nella procedura di risoluzione della crisi Carife spa». Il ricorso contro il decreto salva-banche e la nascita della Nuova Carife, specifica la Fondazione, comprende «il rifiuto implicito all’autorizzazione al Fondo interbancario di tutela dei depositi, per assumere la partecipazione di controllo in Carife», sancita com’è noto dall’assemblea dei soci del 30 luglio attraverso l’aumento di capitale da 300 milioni. Nel ricorso si citano anche altri «soggetti potenzialmente interessati», come lo stesso Fitd, Carife e Nuova Carife, e lo stesso Fondo nazionale di risoluzione. Il ricorso è stato presentato dallo studio di Fabio Merisi, uno dei maggiori esperti della materia a livello nazionale, e trova ragione «nell’immotivato esproprio in pratica effettuato nei confronti dei diritti degli azionisti ed obbligazionisti, pur in presenza di soluzioni alternative» sottolinea Palazzo Crema.
Il no al Fitd, un fondo assicurativo dei depositi costituito dalle banche e quindi «del tutto estraneo alla tematica degli aiuti di Stato», per la Fondazione è «in palese contraddizione con l’assenso preventivo prestato da Bankitalia per la convocazione dell’assemblea», e inoltre era stata comunicata «tempo prima» a Bankitalia e Mise che c’era un operatore finanziario interessato ad acquisire una quota collocata da varie fonti tra il 30 e il 50% del capitale. Il ricorso poggia anche sull’applicazione del decreto legislativo sul bail-in«la cui entrata in vigore è però fissata all’1 gennaio successivo», con tanto di sospetti d’incostituzionalità già consolidati dalla sentenza della Corte costituzionale austriaca.
L’udienza sulla sospensiva è stata già fissata all’1 febbraio, «con una tempestività che rende evidente l’importanza della questione sollevata» fa presente la Fondazione, che invita chi ha «manifestato interesse ed intenzione per proporre ricorsi a sostegno dell’annullamento dei provvedimenti impugnati», che possono essere impugnati fino a due giorni prima.
Cosa succederebbe in caso di accoglimento dei ricorso? Governo e Bankitalia hanno sempre agitato lo spettro del bail-in, cioè dell’applicazione della normativa europea che azzera anche gli obbligazionisti ordinari e i correntisti oltre i 100mila euro, ma per la Fondazione è implicito che, invece, solo per Carife, tornerebbero validi i provvedimenti dell’assemblea del 30 luglio (altro discorso per Etruria, Carichieti e Banca Marche, che non avevano soluzioni pronte al momento della risoluzione).
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Il ricorso della Fondazione brucerà sul tempo, per una questione di notifiche alla bad bank da poco costituita, la richiesta di annullamento addirittura del commissariamento del 2013, pendente di fronte allo stesso Tar laziale, e alle prime decisioni della Corte d’appello di Roma contro le sanzioni agli ex amministratori, attese per inizio febbraio. A marzo toccherà al Tribunale delle imprese di Bologna sull’azione di responsabilità contro gli ex vertici.
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