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«Chi l’accusa è un grande evasore»

I legali di Di Salvatore: Dianti aveva fondi neri e 800mila euro di fatture false

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Parte da lontano, Fabio Anselmo, avvocato difensore, assieme ad Alessandra Pisa, di Salvatore Di Salvatore. Lo fa inquadrando il processo che è finito, nel tempo, tornando al novembre 2011, quando la Guardia di finanza inchioda Filippo Dianti, l’imprenditore - ora accusatore - con una «prima pesantissima verifica fiscale». «Furono rilevati 800mila euro di fatture false e fondi neri - Anselmo informa i giudici del tribunale Marini, Attinà e Testoni - e come ci hanno detto gli stessi ispettori della finanza qui al processo, questi sono terreno fertile dei reati contro la pubblica amministrazione, anche corruzione». Anselmo poi cita uno dei finanzieri che hanno seguito l’inchiesta, che aveva ricordato che “quando iniziammo a fare pressioni su Dianti, lui capì la gravità della sua situazione e si decise a fare denuncia”. Era il 6 settembre 2012: «Dianti fu messo alle strette e denunciò tutto, giustamente» analizza Anselmo. E così Dianti iniziò a raccontare che l’azienda leader della manutenzione Acer aveva fondi neri che servivano per corrompere tecnici: le indagini partirono da qui, «ma dire che la denuncia era spontanea - critica Anselmo - è far violenza alla logica». Di Salvatore è accusato di aver preso soldi e i giudici decideranno se, come e perchè lo ha fatto. Ma sia Anselmo che la Pisa hanno sottolineato che le accuse di Dianti, contrariamente a quelle verso Luca Rivelli e Ruggero Sinigaglia (hanno ammesso colpe e tangenti, incasando condanne) «non sono attuali (fatti dal 2007 al 2010, ndr) e completamente diverse da quelle verso gli altri due colleghi». Dunque non è detto che se Dianti ha detto il vero sulle tangenti pagate ai due, lo dica anche su Di Salvatore. Quindi, così come aveva fatto la Pisa prima di lui nel tardo pomeriggio, Anselmo attacca le accuse perchè «prive di riscontri», ma non può che ammettere il principio base del processo: «Di Salvatore ha sbagliato, un controllore non può avere amicizie così vicine al controllato di un appalto pubblico, deve accettare le conseguenze e le commistioni di queste amicizie, non solo professionali, anche economiche: Di Salvatore non è un martire, ma ha il diritto di difendersi dalle accuse di Dianti, contraddittorie sì, coerenti no». Da qui la sottolineatura dell’amicizia Dianti-Di Salvatore. Ricordano i difensori che «in un’occasione quando Dianti andò in ferie a gestire i suoi lavori per Acer fu lo stesso Di Salvatore (commistione torbida, ndr). Non abbiamo problemi ad ammetterlo - spiega la Pisa - questo era il doppio lavoro di Di Salvatore». E conclude ai giudici: «Ma può in questo ruolo essere il concussore che imponeva ricatti a Dianti?».

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