Carife, bond rischiosi: difficoltà per le cause
Lenzi: volevamo ritirarli ma solo per risparmiare. Il legale Cerniglia punta sul ricorso contro “bail-in” e risoluzione
FERRARA. Diventa scivolosa la strada dei ricorsi di massa da parte dei risparmiatori Carife azzerati. Da una parte i dubbi legali sulla possibilità di far causa alla Nuova Carife, cioè il forziere dove effettivamente sono recuperabili le somme perse; dall’altra il particolare emerso in queste ore, cioè il tentativo risalente al 2012 da parte della banca di riacquistare i bond subordinati, non sembra aggiungere elementi spendibili nei procedimenti.
Diventa a maggior ragione cruciale l’appuntamento del 2 febbraio di fronte al Tar del Lazio, con il ricorso della Fondazione sia per la sospensione degli effetti della risoluzione, sia per il vaglio di costituzionalità del decreto sul bail-in, che precederà di due mesi l’analogo ricorso dell’avvocato Massimo Cerniglia per conto di un ex azionista con 500mila euro in carico. «Con questo stesso cliente ci siamo inseriti ad adiuvandum nel ricorso della Fondazione - spiega il legale, specializzato in cause bancarie - Speriamo quindi sul rinvio alla Corte costituzionale del decreto sul bail-in. In caso di accoglimento della sospensiva della risoluzione, invece, la richiesta è di un provvedimento sostitutivo, per riportare tutto alla delibera del 30 luglio con la ricapitalizzazione riservata al Fondo interbancario, commissariamento compreso».
Bisogna capire gli effetti della delibera dell’agosto 2012 con la quale il Consiglio d’amministrazione di Carife chiedeva a Bankitalia il permesso di sostituire almeno una parte delle emissioni di bond subordinati, poi azzerate, «con attività di minor rischio», in quanto non adeguati alla «clientela retail».
La questione di base è nota: al momento dell’emissione tutti e tre i bond junior riflettevano il rischio emittente, che era medio-basso, in quanto Carife era giudicata da Moody’s con rating Baa1. Quindi il loro profilo era adeguato a quello della stragrande maggioranza degli acquirenti. Negli anni successivi la situazione della banca si è deteriorata e già nell’estate 2011 il rating era precipitato addirittura a Ba1, «rischio credito sostanziale», che si ripercuoteva sui bond. Nei mesi successivi la banca ha chiamato alcuni sottoscrittori per offrire loro di scambiare i bond con investimenti di altro genere, meno profittevoli, senza mai parlare dell’aumentato rischio («mi hanno cambiato 20mila euro di titoli, nella primavera 2012» racconta una risparmiatrice), raggiungendo il limite di riacquisti consentiti.
Di qui la richiesta di deroga a Bankitalia, che già sorvegliava Carife in maniera “rafforzata”. «Non mi risulta che Bankitalia ci abbia risposto - cerca di ricostruire il passaggio Sergio Lenzi, all’epoca presidente della banca - Perché non abbiamo informato i risparmiatori dell’aumentato rischio? Posso solo dire che la nostra scelta strategica era determinata dal tentativo di risparmiare 6-7 milioni di euro annui d’interessi, visto che i tassi si erano molto ridotti in pochi anni».
Può essere un’elemento in più per le cause dei risparmiatori? «Per saperlo bisogna sciogliere i dubbi sul fatto di poter citare la Nuova Carife, e l’art. 47 VII comma del decreto 180 sembra garantire le nuove banche - ragiona Cerniglia - Per contestare truffe o inadempienze contrattuali, poi, bisogna guardare alla congruità dei profili di rischio al momento dell’acquisto e non ex-post, anche perché le banche non hanno l’obbligo di tenere aggiornata la clientela. Citare Bankitalia per la mancata risposta? Il nesso casuale mi sembra complesso da provare».
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