Capatti: una mano alla Fondazione da Cento
L’ex banchiere ‘chiama’ i cugini per salvare Palazzo Crema. E parla del crollo della banca
La causa primaria del crollo Carife? «La crisi economica lunga otto anni, che ha fatto chiudere migliaia d’imprese trasformando in sofferenze i crediti. Strano che si tenda a dimenticarla tanto facilmente». Sergio Cesare Capatti, ex bancario e politico di lungo corso, è tra i pochi a coniugare memoria storica e conoscenza diretta delle dinamiche attuali del credito (è ancora presidente di Cedacri International). Da lui, a lungo candidato al Cda di una Carife mai ricapitalizzata dal Fondo interbancario, parte anche un appello di solidarietà tra Fondazioni, rivolto a Caricento.
Cosa ne pensa delle analisi di queste settimane sulla crisi Carife?
«Non bisogna dimenticare il contesto nazionale. È stato commesso un errore di presunzione, nel 2009, a non chiedere aiuti pubblici, così siamo stati ‘becchi e bastonati’, con perdite non paragonabili a nessun altro paese europeo. Di qui la rabbia ferrarese contro le autorità, che hanno atteso fino a due mesi dal bail-in per intervenire su Carife».
Sì, ma oggi molti, in particolare dalla politica e dal Pd, puntano il dito contro la gestione di amministratori espressi dalle categorie. Un patto di potere fallimentare?
«È una sorpresa leggere soggetti che intervengono anche se negli anni Novanta e Duemila avevano ancora i calzoni corti. Non contestualizzano. Nel 2004 tutti giocavano nei borsini, tra le banche c’era la moda di uscire dal territorio per andare più forte».
Cento e Ravenna, per dire, non l’hanno fatto.
«È vero, bisogna riconoscerlo. I nostri amministratori hanno seguito un po’ l’onda. È stato questo il motivo di certe scelte, non ce li vedo, nessuno di loro, guadagnarci qualcosa. È anche questa immagine della ‘cupola’ che dominava tutto... era il tentativo delle categorie economiche di guidare l’economia della città e della provincia. Apro una parentesi: ci fu una battaglia, alla fine degli anni Ottanta, per impedire che le nomine nelle banche le facesse Roma, cioè la politica. Prima però alla presidenza di Carife ci andavano i Collevati e i Carletti, amministratori di grande livello, non è che basti essere presidente dei commercianti o degli artigiani per saper governare una banca».
D’accordo l’onda e la scarsa preparazione specifica, però come si spiegano certe scelte strategiche e di credito, soprattutto fuori Ferrara?
«La prima operazione di Murolo (l’ex dg degli Novanta, ndr) fu portar fuori da Fraer Leasing la Cassa, per comprare Commercio e Finanza. A Napoli la provvista da 1 miliardo di euro l’anno la dovevamo mettere noi, alla Fraer si prendevano solo i servizi: la scelta di rivelò sbagliata non appena il finanziamento sui mercati diventò troppo oneroso. Nelle varie banche acquistate si misero imprenditori di nome, i vari Zanatta a Treviso, Montanari a Modena e Caltagirone a Roma, nella convinzione che aprissero la strada ai clienti. Così si spiegano certi finanziamenti».
Guardiamo all’oggi. Cosa si auspica per Carife?
«Anzitutto guardo alla Fondazione, che è a terra e ha obblighi nei confronti della città. Spero che Cento possa venire a dare una mano, nell’ottica della solidarietà tra Fondazione. Per quanto riguarda l’istituto di credito, meglio una banca del territorio: non bisogna mai dimenticare che per i finanziamenti fino a 50mila euro una banca ci perde, quindi le piccole e medie imprese non possono che essere sostenute da istituti del territorio».
La procedura di vendita saprà dare stabilità alla banca?
«Dipende, perché i fondi, ad esempio, sono una soluzione ponte: dopo 3-5 anni al massimo vendono. Carife è però delle quattro la banca messa meglio, non ha praticamente obbligazioni da rimborsare». (s.c.)
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