Per Tecopress il secondo processo
A giudizio per il 12 luglio il titolare e un tecnico. Altri tre imputati nel primo procedimento che potrebbe essere accorpato
Ci sono i familiari, costituiti parte civile, moglie e figli di Gerardo Cesaro, l’operaio morto sotto il capannone della Tecopress di Dosso, crollato all’alba del 20 maggio 2012. Ci sono i loro avvocati, Carlotta Gaiani e Paola Resca, che ribadiscono a fine udienza che il processo da poco deciso dal giudice Monica Bighetti «è necessario e importante», per capire cosa è successo in quell’alba, dentro i capannoni crollati alla Tecopress e in tutto il Ferrarese. Si farà dunque, il processo a carico dell'imprenditore Enzo Dondi, titolare della Tecopress di Dosso e della responsabile della sicurezza interna, Elena Parmeggiani, ed è stato fissato dal giudice al 12 luglio prossimo. Data importante per il processo per la morte di Gerardo Cesaro, perchè in quello stesso giorno dovrà ripartire il primo troncone del processo Tecopress, già approdato da tempo nelle aule del tribunale e che vede imputati tre tecnici, tra progettisti e direttori dei lavori di quel capannone che crollò addosso a Cesaro, che non ebbe scampo nella fuga verso l’uscita: i tre tecnici imputati sono Modesto Cavicchi, Dario Gagliardi e Antonio Proni. E allora, tutti in aula il 12 luglio, ma con un dubbio: per buon senso ed economia processuale, i due processi, distinti ma entrambi sulle cause della morte dell’operaio, si ipotizza vengano accorpati. Solo nei prossimi mesi si potrà aver conferma di ciò che viene dato per scontato, visto che il giudice del processo ai tre tecnici è destinato ad altri uffici (a Roma) e quindi il procedimento dovrà essere riassegnato ad un altro togato: ed è dunque presumibile pensare che il 12 luglio il processo Tecopress riaprirà accorpato, con un nuovo giudice e 5 imputati. Tutti dovranno rispondere di omicidio colposo, nei diversi ruoli che ricoprivano. Per la prima volta, però - ed è questo il precedente giudiziario - sotto accusa è il titolare dell’azienda, l’imprenditore Enzo Dondi, chiamato in causa per violazioni delle norme di sicurezza sui luoghi di lavoro e per non aver adottato miglioramenti antisismici mettendo in sicurezza i capannoni, poi crollati, nonostante non vi fossero, prima del 2003 (anno in cui il Ferrarese fu indicato come zona sismica) obblighi di legge per adottare questi accorgimenti. L’interpretazione della procura va in tal senso. Per il pm Alberto Savino erano «esigibili» interventi per la messa in sicurezza, pur senza obblighi specifici. Occorre ricordare, comunque, che la stessa procura aveva già chiesto l’archiviazione sia per Dondi che Parmeggiani. A far cambiare idea al magistrato sono stati prima i legali della famiglia Cesaro (fecero opposizione all’archiviazione richiesta per le violazioni in materia di sicurezza sul lavoro), poi il supplemento di indagini del perito della procura stessa.
Ora in caso di accorpamento (più che scontato, ma non ancora ufficiale) il processo del 12 luglio sarà più completo. Anche se i difensori schierati (Marzola, Caniato, Piccaglia) ripetevano ancora ieri che le accuse, pur rispettabili, sono prive di presupposti giuridici.
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