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Il ritorno e l’urlo di Bruno Baracca K54 di Dachau

di VINCENZO TRAPELLA
Il ritorno e l’urlo di Bruno Baracca K54 di Dachau

Nel ’61 viaggio da Codigoro al campo di sterminio. I volti, i ricordi, le lacrime

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di VINCENZO TRAPELLA

Un giorno del 1961, era arrivato alla giunta comunale di Codigoro, l'invito a partecipare ad un pellegrinaggio europeo al campo di concentramento di Dachau. Il 22 di giugno, la delegazione, formata dal sindaco e da un assessore (entrambi Pci), da un consigliere di maggioranza (Psi) e da un consigliere di minoranza, (Dc), più l'ex deportato codigorese, Adone B. il quale, a sue spese, chiese di aggregarsi perché internato, negli ultimi mesi di guerra, in quel campo. Verso mezzogiorno, assieme a tanti altri, occupammo uno scompartimento di seconda classe, sul treno del pellegrinaggio, alla stazione ferroviaria di Verona, destinazione Monaco di Baviera. Al confine, il rappresentante della Dc fu respinto perché aveva lasciato a casa i documenti di identità.

Il 23 giugno, dall'hotel ritornammo alla stazione ferroviaria di Monaco dove una grande fila di partecipanti stava formando un corteo diretto a Dachau che dista 8 chilometri. Ogni nazione aveva un'avanguardia di bandiere compresa, naturalmente, quella degli ex deportati, a strisce blu orizzontali su fondo bianco. Rosario Fucile, per 22 mesi rinchiuso a Dachau, era il primo della fila, stendardo innalzato, degli italiani. Antonio Di Pasquale, anch'egli deportato, ci informò: «Siamo in cinquemila!». Numerosa la partecipazione femminile formata soprattutto da ragazze. Dopo un lungo cammino, con ai lati campagna aperta e agglomerati di case, la vicinanza del campo fu annunciata da una recinzione e da una cabina elettrica per l'alta tensione da trasmettere alle reti di cinta per evitare fughe. Davanti ai cancelli, un militare americano con la sua garitta a fianco, faceva buona guardia.

Arriviamo, invece, in un grande spazio ricco di fiori e di verde su cui spicca il Monumento al Deportato dove furono deposte, per ore, migliaia di corone. Sotto al deportato in bronzo, la scritta “Per l'onore dei morti e rimanga per i vivi". Il presidente del Comitato Internazionale Dachau, Marsault, pronunciò il suo discorso: "Lo spirito del comitato internazionale Dachau è essenzialmente quello che chiamano lo spirito della "Lagerstrasse"; il suo scopo è soprattutto la conservazione e la compilazione di un memoriale riguardante il campo”. A gruppetti, i pellegrini, iniziarono la visita. Là. in fondo a nord-est dell'entrata, un lungo agglomerato di baracche, disposte orizzontalmente in diverse file, mentre qui ci rapì la vista di un camino, ovvero, una ciminiera. Ed ecco la sala dei forni crematori. "Negli ultimi giorni - mi raccontò Adone B.- vennero costruiti, un forno a due bocche ed altri due per far scomparire tracce più presto possibile”. Lui era uscito vivo dal campo, dove al mattino presto aspettava che le guardie tedesche gettassero la spazzatura in un bidone per correre a rovistare fra spuma da barba e quant'altro, in cerca delle pelli di patate che cuocevano attaccandole alle pareti metalliche di una stufa allestita al centro della sua baracca. Ma la sua vita era stata minata dalla tubercolosi. Era stato riconosciuto grande invalido con diritto di accompagnamento ma l'ha salvato all'inizio degli anni '50, la Nicotibina, una cura appena scoperta in America. Classe 1922, egli morì ad 81 anni. Ad un tratto, nella sala forni, si sente un urlo. Una donna sulla quarantina, è a terra con la schiena appoggiata ad un forno. Gli occhiali da vista a lenti molto spesse, le giacciono in grembo, la sottana alzata lascia vedere le cosce e la faccia è una maschera di lacrime. Il petto si alza e si abbassa in continui singulti. "È la Vittorina, quella che viene dal Veneto - esclama un'altra voce femminile - qui si è fatta quattro mesi, mi diceva. L'hanno rastrellata i tedeschi durante la ritirata". Cambia la scena. Poco dopo entrammo nelle sale delle docce, trasformate, dopo i primi internamenti, nelle camere a gas. I corpi, privi di vita, in un primo tempo, venivano ammucchiati dai deportati con uno strumento a cucchiaio dalla parte della testa e a tenaglia, dalla parte dei piedi, in una fossa comune. La fossa l'abbiamo individuata in un bel giardino fiorito grazie ad una lapide marmorea che diceva: "Tomba di mille sconosciuti".

Eravamo seduti da tempo sul pullman ma non partivamo. Mancava qualcuno. Lo confermava una donna che diceva di esserne la moglie. "Bruno non c'è, ma arriverà, sono certa." Ma Bruno, non arrivava. Scendemmo, io e Adone B. che il tedesco lo parlava abbastanza bene. Si fece buio ma di Bruno nessuna traccia. Ma chi è Bruno? Ce lo raccontò la moglie: "È stato a Dachau fino alla fine della guerra. Era addetto ad arpionare i morti quotidiani. Un tedesco, gli ordinava di mettere in forno un internato, lì a terra. Lui, che in quel lavoro era diventato un esperto, si rifiutò e disse al nazista: "Non vedi che è ancora vivo?”. Lo sgherro alzò il fucile. Lo impugnò dalla canna e sferrò un colpo alla testa dello sfortunato Bruno. “Si è sveglio - conclude la moglie - in un ospedale di Monaco dove gli avevano chiuso il cranio, sfondato, con una calotta d'argento". Folgorato, mi avvicinai alla signora disperata: "Per caso, Bruno le ha mai detto in quale baracca era?". "La K 54”, rispose. Lo abbiamo trovato nel suo letto a castello, baracca K54. Piangeva e urlava.

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