Omicidio Tartari, Ferrara-Gemer Il tragico bazar
Ecco come Pajdek, il capo, piazzava la merce rubata da noi. Viaggi in Slovacchia con l’Alfa 156 dopo il colpo a Coronella
La rapina fotocopia di Aguscello confessata da Pajdek
FERRARA. Rubavano e viaggiavano. Rubavano perché non sanno far altro, almeno questo raccontano gli atti giudiziari dell’inchiesta sull’omicidio di Pier Luigi Tartari. Viaggiavano per piazzare ciò che prendevano nelle case, nelle campagne, “ciucciando” gasolio da camion e trattori, assaltando case di anziani, legandoli e imbavagliandoli, picchiandoli, e facendoli morire, come accaduto a Pier Luigi Tartari. Ucciso da Ivan Pajdek, Patrik Ruszo e Constantin Fiti e per questo tutti in carcere. Furti, tanti furti, quelli messi a segno dalla banda. Come quelli riportati ogni giorno sui nostri giornali, e sottovalutati da tanti. Perché ciò che spiega con prepotenza l’inchiesta sulla morte di Tartari è come una banda di ladri di gasolio e poi rapinatori, sia diventata un gruppo d’assassini.
Specializzato in gasolio. Ivan Pajdek, ladro di professione, è uscito dal carcere di Ferrara nel gennaio 2015 (pochi mesi prima degli assalti ripetuti in tutta la provincia l’estate scorsa) e dopo aver scontato una pena per furto aggravato. Era specializzato in furti di gasolio, che rivendeva e usava per la sua auto, una Alfa 156, scura, ricorrente nelle rapine di quest’estate, anche nel caso Tartari. E allora se potesse parlare, quell’Alfa 156, racconterebbe i viaggi da Ferrara a Gemer, Slovacchia, dove Pajdek-Huber (com’era conosciuto) piazzava la merce.
Alfa 156 bazar ambulante.
Quell’Alfa 156 diventava un bazar ambulante, pieno di refurtiva. Lo racconta Pajdek confessando tutto, lo dicono i testimoni che lo accompagnavano nei viaggi con l’auto-bazar. Dice “Gigino” (nome inventato, di un teste vero) che nei primi di agosto, prima del caso Tartari venne contattato per guidare un’auto da Ferrara alla Slovacchia.
C’erano chili d’oro. Nel baule dell’Alfa 156 (dove Gigino diede un’occhiata prima di partire) c’erano «molti oggetti, e attrezzi, tra cui tre motoseghe, e molti vestiti da donna». E bidoni di gasolio. E ancora gioielli, tanto oro. Come autista di Huber, Gigino lo aveva accompagnato in diverse gioiellerie della zona, a Gemer, ed era tanto l’oro, «qualche chilo» ha ricordato agli inquirenti. Gioielli che non avevano pietre preziose, tolte prima.
La refurtiva dei Bertelli. Tra i tanti pezzi della refurtiva stipata nell’auto bazar, c’erano tanti vestiti e indumenti che Pajdek, Patrick Ruszo e una terza persona (ricercata da mesi, ma non si trova) rapinarono alla famiglia Bertelli a Coronella, il 5 agosto, un mese prima dell’omicidio Tartari.
La rapina della scala. Un colpo che inquirenti, lo stesso Pajdek e anche Ruszo chiamano «la rapina della scala», usata per entrare in casa di padre e figlia e sequestrarli per l’intera notte. Le indagini su questa rapina, quella di Mesola (30 luglio, vittima la 93enne Emma Sarti), l’altra (26 luglio, di Villanova di Denore?) che raccontiamo nell’articolo qui a fianco, sono ancora in corso: la procura sta chiudendo le inchieste ma il problema è che la terza persona che ha preso parte a questi assalti, assieme a Pajdek e Ruszo è ricercato, è straniero e non si sa dove sia. Tutti i fatti che Pajdek ha confessato furono, di fatto, rapine improvvisate.
Scorribande per il gasolio. O meglio nate per caso dalle scorribande di Pajdek e la sua banda a bordo della Alfa 156. A Coronella, ad esempio, prima di rapinare e sequestrare per una intera notte la famiglia Bertelli, rubarono in un magazzino di campagna a fianco della casa. «Andavamo con ... (il nome del terzo ricercato, ndr) a rubare nafta una sera, c’è dietro la casa un garage con attrezzi e cose, perché noi rubavamo dai garage».
Caccia a oro e preziosi. Una sera videro la luce accesa in casa Bertelli, figlia e padre al piano terra che parlavano. Così entrarono in casa con la scala, al primo piano: «tanto sopra è tutto buio». Presero «poche cose», tra cui una borsa con dentro un anello. E - dissero - se lo tenevano in una borsa, in casa dovevano avere altro oro. «Ritorniamo lì di nuovo a prendere oro», dicevano. Tornarono, pochi giorni dopo, per l’assalto in casa: «siamo andati io Patrick e ... e di nuovo abbiamo preso la scala». Rubarono oro vestiti, mangiare e un’auto, una Fiat Tipo, della famiglia, che parcheggiarono poi in via Recchi e ritrovata lì abbandonata, il 28 settembre.
Viaggio in Slovacchia. Oro, vestiti, taniche di gasolio, attrezzi e tanto altro vennero caricati il giorno dopo, il 6 agosto, sull’Alfa 156. Con un viaggio organizzato dalla famiglia di Patrick Ruszo: Pajdek e Gigino partirono per la Slovacchia, con l’auto-bazar, piena.
Capì chi era Huber. Gigino si pentì di quel viaggio (spesato e pagato): dopo aver passato giorni con lui «avevo capito - disse - che tipo di persona fosse Huber (Pajdek,ndr), ladro che non si limitava a rubare attrezzi e gasolio ma entrava nelle case per rubare gioielli» A disagio e insofferente, litigò con Pajdek. Aveva intuito che il ladro di gasolio era pericoloso. E tornò a Ferrara in pullman. Chissà, forse, avrebbero potuto scoprirlo prima anche tanti altri.
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