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«Loro sono sciacalli, io pietoso»: la doppia faccia di Pajdek

di Daniele Predieri
«Loro sono sciacalli, io pietoso»: la doppia faccia di Pajdek

Omicidio Tartari. Il racconto dello slovacco sulla tragedia e lo scaricabarile sugli altri: ad Aguscello non ho picchiato Nella casa della famiglia Bertelli, rapinata e sequestrata, dice di aver ordinato ai complici: non toccateli

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FERRARA. Nella “rapina della scala”, a Coronella, 5 agosto scorso, in casa della famiglia Bertelli, aveva ordinato, urlando, agli altri della banda, «non toccateli, non toccateli!» impietosito dall’anziano invalido che vive con la bombola ad ossigeno al fianco: Giulio e Cristina, padre e figlia, non furono toccati, solo rapinati e sequestrati in casa per 5 ore, e non vennero nemmeno legati o imbavagliati.

E allora perché, invece, Tartari lo avete toccato? gli chiedono gli inquirenti.

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Senza pietà. Perché Ivan Pajdek e gli altri, Constantin Fiti e Patrik Ruszo, non riservarono a Pier Luigi Tartari, la stessa pietà umana, la sera del 9 settembre, ad Aguscello, quando lo aggredirono, picchiarono e dopo averlo legato e imbavagliato lo lasciarono morire in un tugurio a Fondo Reno? Non riesce a dare risposte credibili, Ivan Pajdek. «Io il signor Tartari non l’ho toccato, l’ho spinto, però con una spinta non muori... Patrik lo teneva con il piede sul collo, io non c’ero (dice che era fuori a fare il primo prelievo al bancomat, ndr), quando sono tornato ho trovato il disastro perché già non respirava Tartari e ho detto “togliete tutte le cose che sta soffocando”».

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Non meno di 30 anni. Pajdek, il “capo” della banda che ha ucciso Pier Luigi Tartari, sa che se non l’ergastolo, rischia, ben che vada, almeno 30 anni di carcere. Non ha nulla da perdere. E allora racconta la sua verità, partendo da lontano, raccontando l’inizio della tragedia di Aguscello. E accusa non solo il giovane Patrik Ruszo, anche la madre, Sivakova Ruzena, “Rosi”, che lavorava come badante ad Aguscello nella casa vicina, a fianco di quella di Tartari.

Accusa Patrik e Rosi. «Tutto è cominciato molto prima che è successo il fatto di Tartari», anticipa e spiega che Rosi lavorava da due anni dai vicini di casa Tartari, in via Ricciarelli, e che lui e Patrik andavano spesso a dormire in quella casa. Lei, Rosi, «già da mesi prima parlava del signor Tartari e di suo fratellò che abitano lì vicino». E diceva, Rosi a Pajdek, e lui lo ripete agli inquirenti, di «andar a rubare da loro, perché lei ha visto oro, tanto oro perché sono morti i genitori del signor Tartari che gli hanno lasciato tanto oro (in eredità, ndr)».

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Da Tartari due mesi prima. Prima della tragedia, «un mese prima, anche due» racconta Pajdek «siamo stati a casa di Tartari, non a casa, nel cortile, io e Patrik e abbiamo rubato dal garage attrezzi, trapani, flessibile, perché la mamma poi li portava in Slovacchia». Ma soprattutto lui, nei viaggi con l’auto-bazar da Ferrara e Gemer, come dicono gli atti dell’inchiesta. Pajdek si sofferma soprattutto sul motivo per cui, alla fine, dopo aver «toccato» Tartari decisero di abbandonarlo nel tugurio: perché Tartari li aveva riconosciuti, perché Tartari li conosceva tutti e tre.

Tartari li aveva visti prima. Racconta che spesso quando andavano a dormire nella casa dove lavorava Rosi, dopo, «il signor Tartari telefonava alla figlia (dell’anziana che Rosi accudiva, ndr) e diceva che andavamo lì a dormire, che andavamo lì spesso». Ma Tartari poteva averli visti, andare e venire in via Ricciarelli? «Sicuramente sì, penso di sì, più di una volta ha visto». Poi, secondo Pajdek fu Patrik, il figlio di Rosi a far pressioni per rubare da Tartari: «Andiamo dal signore, lo prendiamo, rubiamo e andiamo in Slovacchia».

Vuoi fare il furbo? Decidono il colpo, per la sera del 9 settembre, dopo sopralluoghi, dopo visite a Rosi. Ma il racconto di Pajdek è pieno di contraddizioni, ombre, lacune: «Non sei credibile, vuoi fare il furbo», lo incalzano gli inquirenti. Racconta però che ad aggredire Tartari non fu lui ma Patrik: entrarono in casa dopo l’arrivo di Tartari, lo sorpresero, e lui, impaurito, gli urlava “Cosa volete? Cosa volete”. «In tutta quella confusione - rammenta Pajdek - Patrik è saltato addosso a Tartari, io l’ho spinto ma Patrik con un violenza come potrei dire...come uno sciacallo è saltato addosso a Tartari». Tartari è a terra, scalcia, Patrik chiede aiuto agli altri due, Pajdek e Fiti per bloccarlo.

Botte con il martello. Pajdek lo colpisce alle gambe con un martello per farlo star fermo, lo legano. Gli chiedono l’oro, ma Tartari «due e tre volte ripeteva: “Cosa volete da me, non ho niente, non ho più niente”». Patrik invece lo pressava «dove hai tutto l’oro?».

L’oro non c’era. L’oro non lo trovano, nemmeno la cassaforte. Gli rubano solo 60 euro, tessera bancomat e carta di credito. Il pin era scritto in un foglio dentro il portamonete. Il giorno dopo faranno shopping con queste. Quella sera decidono di portarlo via dalla casa. Un’idea di Patrik, per Pajdek: “se sta chiusa la casa nessuno si accorge di nulla, se lasciamo qui Tartari inizia a gridare”. Tra le 5 e le 8 ore dopo, Tartari morirà, soffocato, perché legato e imbavagliato: «incaprettato» scrivono gli inquirenti, legato come si fa con gli animali.

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