«Forse ha fatto lo stesso con Luciano 26 anni fa»
Omicidio Forlani, parla la vedova del commercialista ucciso di cui Renato Rossi, arrestato il 2 febbraio, era cliente «Mi auguro si riapra il caso, i due fatti sono identici, ora aspetto la verità»
FERRARA. «Ha fatto la stessa cosa oggi come 26 anni fa, sì, la stessa cosa, identica, e ci sono sempre i soldi di mezzo, i debiti»: legge, scuote la testa, commenta ad alta voce gli articoli della Nuova Ferrara nel salotto di casa, qui in città. Marketa, Margherita, Cervenkova, 71 anni, la moglie di Luciano Forlani, il commercialista ferrarese ucciso nel 1989, ieri mattina è tornata, all’improvviso e leggendo le cronache, all’ incubo di 26 anni fa quando i carabinieri di Piove di Sacco la chiamarono (22 dicembre 1989) per dirle che suo marito era stato ammazzato e agli incubi di tutti gli anni che sono seguiti, cercando una verità che non è mai arrivata sulla morte di Forlani, pagando in «sofferenza e solitudine» soldi, tanti soldi, per processi e fallimenti delle società, poi chiuse, del marito.
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Per lei, tutte queste colpe - pur non avendo nè prove nè atti che lo dimostrino - hanno solo un nome e un cognome, Renato Rossi, il ferrarese arrestato per un altro omicidio commesso lunedì scorso, 1° febbraio, nel Padovano, che ha ucciso per debiti Ezio Sancovich, e che per debiti verso Forlani nel 1990 fu l’unico indagato per la morte del commercialista ferrarese: «Certo che lo conosco, Renato Rossi: lo ricordo come una persona losca, scaltra, furba, una persona falsa e sfuggente». Legge e continua a leggere le pagine della Nuova sul caso di suo marito e di Rossi, e per lei - dirà alla fine dell’incontro - pur provata emotivamente per aver ricordato quegli incubi, è stata una liberazione: «Oggi sono felice, mi avete reso felice scrivendo queste cose. Non se si riuscirà a riaprire il caso sulla morte di mio marito, me lo auguro che lo si faccia, ripeto i due fatti sono la stessa identica cosa».
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In ballo per i due omicidi, la stessa persona che Marketa ha conosciuto bene: «Rossi lo ricordo il 22 dicembre del 1989, il giorno dopo la morte di mio marito, venne a farmi le condoglianze, mi abbracciò, quel Giuda: non mi è mai piaciuto quell’uomo, in cuor mio ho sempre saputo che sapeva tutto della morte di Luciano». Il perché della morte di Forlani non è mai stato accertato, ma Marketa sa quanto questa tragedia e tutto ciò che è seguito hanno pesato per lei e il figlio, allora 11enne: «A lui ha pesato, irreparabilmente, quel dolore e sia lui che io abbiamo vissuto questi anni nella condizione di chi sa ciò che è successo, lo sente, e sa che un altro per questo non ha pagato e ti ha rovinato la vita. Spero solo che la giustizia sia veloce, sono tanti anni che aspetto la verità, e se potessi oggi aver davanti Rossi gli direi solo una cosa: voglio la verità, solo la verità». L’altra verità di Marketa è quella degli incubi personali, suoi e di suo figlio: di un ragazzo cresciuto in questi anni difficili dopo la morte del padre Luciano e che «spesso - racconta Marketa - prendeva la macchina e andava a Occhiobello, in via Bologna, sotto la casa di Renato Rossi (ha abitato lì fino agli anni 2000, ndr) perchè voleva...».
Voleva farsi giustizia da solo, non lo ha mai fatto. Per fortuna, perché oggi l’altra giustizia degli uomini, lenta e polverosa, non quella personale, potrebbe muoversi sul caso Forlani: dopo la confessione di Renato Rossi per l’omicidio di Sancovich, la procura e i carabinieri di Padova hanno riaperto il caso dell’omicidio Forlani . Per chiederne conto a Rossi. Ma perché non è mai stato fatto prima? «Io ricordo le prime indagini - spiega Marketa - eravamo sotto Natale, tutti dovevano andar in ferie, anche il magistrato (che poi archiviò, Antonino Cappelleri, ndr)». Legge che Rossi nel delitto di lunedì nel Padovano è stato incastrato il giorno dopo, la mattina presto, con l’esame dello Stub (che prova se una persona abbia sparato o no nelle ore precedenti).
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«Da Rossi, se non ricordo male, i carabinieri sono andati il 27 dicembre, giorni dopo e allora...». Allora, ribadisce Marketa «nella giustizia italiana c’è qualcosa che non funziona: nei fallimenti delle società di mio marito, ho impiegato 18 anni ad uscirne, pagando senza mai mettermi un soldo in tasca prima, perchè c’era il mio nome nelle società. Se avessi invece ammazzato qualcuno, chissà, non mi avrebbero fatto nulla, qualcuno forse mi aiutava, invece, io da sola, ho dovuto ricominciare tutto dopo esser caduta». Chi non cadeva mai era Rossi, truffatore e ‘bidonaro’ come lo dipingono negli atti gli inquirenti, che era uno dei clienti di Luciano Forlani: «Erano affari per mio marito, ma gli dicevo che non mi piaceva Rossi». «Una volta - ricorda - propose a mio marito un investimento in una società di trasformazione di pomodori, in Puglia, progetto con la Comunità europea che dava contributi: aprire l’azienda, prendere i soldi e poi chiuderla. Dissi a mio marito, sono soldi facili ma non immischiarti con quella gente, se prendi qualcosa da loro, poi non ti mollano più...».
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