Rossi, una confessione piena di ombre
Pochi giorni prima dell’omicidio di Sancovich ricevette una cartella da Equitalia per 188mila euro. Ed era pieno di debiti
È il 22 gennaio scorso quando una cartella esattoriale di Equitalia, spedita dall’Agenzia delle Entrate, viene imbucata nella cassetta postale dell’abitazione dove vive Renato Rossi, a Martellago in via Fapanni. Risulta intestata alla convivente Giovanna De Lilla, 49enne casalinga, titolare (solo di fatto) della ditta individuale “Confezioni Giovanna” gestita dal compagno. L’importo? Stratosferico, almeno per le possibilità economiche attuali di Rossi: 188 mila euro. Dopo il fermo, ammetterà agli investigatori: «Ho qualche debituccio in giro. La cartella dell’Agenzia delle Entrare? Neanche la considero perché non la posso pagare». È il resto che lo preoccupa e tormenta.
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Senza un soldo. È il debito con il consulente della Moncler, il padovano Ezio Sancovich, deciso a rientrare dei soldi che gli spettano come socio d’affari. Ecco che, appena sette giorni più tardi, Renato Rossi, nullatenente (sta pagando a rate anche la sua Fiat Freemont), decide di risolvere con la pistola almeno uno dei problemi. Una “soluzione finale” maturata da venerdì 26 gennaio visto che, al debito esistente con Sancovich fino all’ottobre 2015 (tra i 15 e i 19 mila euro per la vittima, tra i 9 e i 10 mila euro per l’imprenditore-killer, sempre secondo la versione di quest’ultimo), s’è aggiunta la somma di 4.800 euro sborsati dal consulente pochi giorni fa per il saldo di una fattura relativa all’ennesimo affare comune. Sancovich non è più disposto ad aspettare: entro lunedì 1 febbraio vuole un anticipo di 3 mila euro in contanti da scalare sulla fattura. Rossi tergiversa. Parla di altre operazioni che sta concludendo e promette la prima tranche. Ma sono scuse, bugie campate per aria. In realtà, medita altro.
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Sa che è solo. «Sapevo di non poter contare su nessuno e quindi non ho chiesto aiuto a nessuno» ha spiegato davanti alla gip di Padova, Mariella Fino, nelle due ore di interrogatorio avvenuto nella casa circondariale Due Palazzi (assistito dall’avvocato Paolo Zorzi).
Delitto premeditato. Venerdì scorso pranzo fra i due e appuntamento concordato a Trebaseleghe per lunedì vicino al quartier generale di Industries spa, l’azienda che commercializza il marchio Moncler per cui lavora Sancovich. Rossi è consapevole che non potrà consegnare nulla al suo interlocutore. Nulla, se non un paio di proiettili (o poco più) per chiudere in via definitiva questa partita. L’omicidio è stato pianificato: l’assassinio di Ezio Sancovich non è il risultato di una lite degenerata. E neppure di un moto d’impeto.
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Resta in carcere. Renato Rossi non lo ha ammesso né al giudice né agli inquirenti coordinati dal procuratore Stuccilli e dal pm Piccione. Anche ieri è tornato di nuovo sulla storia di un battibecco finito male. E di quella P38 che s’è visto puntare in faccia. Ma non gli ha creduto la gip Fino, che ha registrato il colloquio con l’indagato apparso calmo e tranquillo. Anzi, gelido e senza un filo di commozione. Alla fine la giudice ha convalidato il fermo per il reato di omicidio (con l’aggravante della premeditazione) e di detenzione nonché porto illegale dell’arma, la pistola semiautomatica Walther P38 calibro 9 Luger, non registrata e non intestata a nessuno. Facile, così, per Rossi attribuire la P38 a Sancovich che di armi non s’era mai interessato. Poi la giudice ha applicato la misura cautelare sollecitata dalla procura: l’imprenditore- killer resterà dietro le sbarre.
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La sua versione. Renato Rossi ha raccontato di aver incontrato Sancovich intorno alle 19 davanti alla Moncler. Quindi di essere salito a bordo della Bmw 3230 Touring della vittima per una chiacchierata: «Siamo partiti verso Piombino... Ho cercato di tenerlo buonino». A pagare, non ce la fa. E lo avrebbe detto al consulente. «Si è arrabbiato di brutto. Ha cominciato a offendermi e mi ha buttato fuori (dall’abitacolo)». Rossi dice di essere andato verso la portiera del conducente per calmarlo mentre l’auto, che era in moto, avrebbe fatto uno scatto in avanti. Lui sarebbe inciampato, aggrappandosi al tergicristallo e allo specchietto retrovisore a sinistra, trovati danneggiati: «Appena ho aperto la portiera, mi sono trovato l’arma puntata sul naso. Ezio ha iniziato a dirmi “Vai via che ti ammazzo”... È successo in un lampo. Mi sono buttato sulla pistola. Gliel’ho strappata, ci siamo strattonati e ho avuto la meglio. Ho sparato 3 volte. Non so perché 3... Ho guardato se era vivo e ho visto il buco nella testa». Poi il ritorno nella sua auto a piedi, alle 20.30 il rientro a casa.
Contraddizioni. Ma avrebbe potuto reagire Ezio Sancovich? Impossibile. Era seduto al posto di guida in modo composto con la cintura di sicurezza allacciata. E i colpi mortali alla testa, nella zona temporale sinistra, risultano ravvicinati. Il che nega l’ipotesi della colluttazione. Non quadrano nemmeno i tempi. Un testimone nota la Bmw della vittima a Piombino in sosta lungo la Nuova Castellana, denominata corso Stevanato, dove sarà ritrovata con a bordo il cadavere: alle 19.30 tutte le luci sono accese mentre alle 20.13 spente. E ancora: se l’appuntamento inizia intorno alle 19, Rossi poteva percorrere a piedi 6 chilometri per raggiungere la Freemont parcheggiata (è lui a sostenerlo) vicino alla sede di Industries spa a Trebaseleghe e rientrare nella casa di Martellago per le 20.30? La versione non regge e le verifiche sono in corso.
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