Pd, la mancata verità su Carife e il governo
Il “salvabanche” ha vanificato anche gli sforzi dei democratici ferraresi. Ma per non ammettere l’errore di Renzi si sono trovati isolati e indeboliti
FERRARA. Il Pd ferrarese non è riuscito a dire la verità sulla vicenda Carife che si è avvitata dopo domenica 22 novembre 2015, quando il consiglio dei ministri ha varato il decreto salvabanche mettendo nello stesso calderone chi era senza paracadute (Banca Etruria, CariChieti, Banca Marche) e chi, con il consenso di Bankitalia, aveva già dispiegato il paracadute del Fondo Interbancario che avrebbe salvaguardato integralmente gli obbligazionisti e dato una speranza di parziale recupero agli azionisti.
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Non c’è riuscito perché era ed è oggettivamente difficile per chi sostiene il governo dire a chiare lettere che il governo ha sbagliato e ha tradito le attese non solo degli azionisti e obbligazionisti di Carife, ma dello stesso Pd ferrarese. Tutto il Pd - il sindaco Tagliani, il segretario regionale Calvano, i parlamentari Bratti, Bertuzzi e Boldrini, avevano lavorato per un’altra soluzione: la soluzione Fondo Intebancario che era stata approvata il 30 luglio 2015 dall’assemblea dei soci Carife su proposta del commissari di Bankitalia Giovanni Capitanio e Antonio Blandini.
Ai tre parlamentari del Pd il cosiddetto “territorio” aveva chiesto di adoperarsi affinchè le nuove regole sul bail-in tanto care alla Ue venissero approvate in tempi rapidi, poichè solo così sarebbe stato possibile varare entro il 31 dicembre la soluzione Fitd.
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La Fondazione Carife aspettava con ansia che le commissioni Finanze di Camera e Senato dessero parere positivo al decreto legislativo del governo che avrebbe consentito a Carife di rimettersi in carreggiata. Le cronache dei giornali di ottobre e novembre raccontano di questa aspettativa e dei contatti che quasi quotidianamente i parlamentari ferraresi del Pd avevano con i colleghi delle due commissioni per avere notizie sull’iter del decreto legislativo e caldeggiare una rapida approvazione. Quando nella prima metà di novembre le due commissioni diedero il via libera esultarono Calvano, Bertuzzi e Bratti; quest’ultimo disse che al buon esito aveva concorso il ministro Franceschini e aggiunse: «Se la politica viene sollecitata in modo positivo sa dare delle risposte».
Poi il 22 novembre è arrivato il decreto “salvabanche” a squinternare i piani. Il Pd ferrarese da quel momento ha cominciato a parlare lingue diverse o a balbettare pur di non dire che la responsabilità era del governo. I parlamentari spiazzati, il consigliere economico Marattin schierato con Renzi e contro il sistema di potere ferrarese da rottamare, il segretario provinciale Vitellio schierato contro i vecchi amministratori di Carife e contro Unindustria e Congafricotura, Tagliani schierato Fondazione contro Bankitalia, tesi che avrebbe come corollario la chiamata in causa del governo.
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La scelta di non chiamare pubblicamente e apertamente le cose col loro nome, di dire “il mio governo ha sbagliato, ora proviamo a vedere se è possibile rimediare” - scelta difficile, ammissione scomoda da gestire, ma coraggiosa - non ha salvato nè la capra (il governo) dagli attacchi di oppositori e risparmiatori, nè i cavoli (la possibilità per il Pd ferrarese di stare credibilmente e a tutti gli effetti dalla parte dei risparmiatori beffati).
Così il Pd ferrarese è rimasto in mezzo al guado, esposto alle correnti, alle marette interne (da ultimo il vice sindaco Massimo Maisto contro Bratti, anche se sotto c’è dell’altro) e facile bersaglio degli avversari.
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