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Omicidio Tartari, reati da ergastolo

Omicidio Tartari, reati da ergastolo

Per la procura i tre imputati agirono con crudeltà e lasciarono morire il pensionato per nascondere la rapina

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Si avvicina il processo a carico di Ivan Pajdek, Constantin Fiti e Patrik Ruszo, accusati di essere gli aguzzini di Pierluigi Tartari. Mercoledì il pm Filippo Di Benedetto ha depositato la richiesta di rinvio a giudizio, e l’udienza preliminare davanti al gip Piera Tassoni è prevista entro la primavera.

In quattro pagine la procura condensa tutta la cieca spietatezza che ha condotto alla morte un pensionato di 73 anni: sorpreso nella sua casa di Aguscello il 9 settembre scorso, picchiato, rapinato, prelevato da casa e lasciato morire soffocato in un casolare dismesso. Cinque i capi di imputazione contestati, un carico da ergastolo: omicidio aggravato, rapina, utilizzo indebito di carte di credito, furto e detenzione illegale di armi. Per la procura non ci sono distinzioni: i reati sono stati commessi in concorso dai tre complici, tutti finiti in carcere poche settimane dopo la tragedia, al termine di una serrata indagine condotta dalla Squadra Mobile di Ferrara.

I tre, scrive il pm, sono imputati di omicidio, con le aggravanti di aver agito con spietatezza e di aver fatto morire Tartari per “coprire” la rapina. I tre devono essere processati perché, «cagionavano volontariamente la morte di Tartari, colpendolo più volte al corpo e alla testa con un corpo contundente, con calci e pugni e lasciandolo poi ferito, legato, imbavagliato e moribondo in un casolare abbandonato, agendo pertanto con crudeltà nei confronti della vittima, che decedeva per asfissia meccanica violenta da soffocamento». Così aveva accertato l’autopsia svolta dal medico legale Rosa Gaudio e la consulenza genetico forense del dottor Matteo Fabbri. Tartari era stato immobilizzato, braccia e gambe legate, il viso e la bocca avvolti da una maglietta e da nastro adesivo. E così era stato lasciato morire.

Uno scempio, aggiunge la procura, motivato dalla volontà di non essere denunciati per la rapina, il secondo dei capi di imputazione: dopo l’aggressione infatti i tre erano fuggiti dalla villetta di Aguscello a bordo dell’Opel Corsa della vittima. Tartari era stato caricato in auto e i malviventi avevano portato via anche i documenti, il bancomat e la carta di credito del pensionato.

Da qui la terza contestazione: l’utilizzo indebito delle carte, peraltro documentato da filmati, testimonianze e riscontri. Dopo aver abbandonato l’anziano nel casolare, i tre si erano dati da fare per spillare soldi e fare shopping: due prelievi da 250 euro ciascuno e poi l’acquisto di uno smartphone di ultima generazione, due paia di scarpe da ginnastica, abiti e monili d’oro, oltre a un paio di tentativi - falliti - di comprare altri due cellulari.

Sul conto dei tre il pubblico ministero addebita infine il furto, con scasso, di alcuni quadri e di due fucili da caccia nascosti sotto il letto della casa di Aguscello e la detenzione e il trasporto illegale di quelle medesime armi.

Tutti crimini contestati senza distinzioni ai tre imputati, che nel corso degli interrogatori hanno prevedibilmente tentato di alleggerire la propria posizione. Chi, come il “capo” Pajdek, dipingendosi come il “buono” della banda che voleva impedire ai due giovani di picchiare. Chi, come Ruszo, affermando di essere rimasto fuori dal casolare mentre i complici davano alla vittima un presunto colpo di grazia. E chi ancora, come Fiti, negando la sua presenza ad Aguscello. Versioni che il pm ha “livellato” in un’unica, ferma convinzione di colpevolezza.

Alessandra Mura

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