Si scrive aggravante, si legge carcere a vita
Ecco le circostanze contestate dal pm che potrebbero annullare i benefici dei riti alternativi
È un reato da ergastolo - omicidio volontario - quello contestato dal pubblico ministero Filippo di Benedetto ai tre imputati per la morte di Tartari. Ma nella sua richiesta di rinvio a giudizio la procura rafforza l’ergastolo con due aggravanti capaci di vanificare l’eventuale possibilità di sconti attraverso riti alternativi, e arrivare a una condanna al carcere a vita anche con un processo abbreviato.
La prima - la più pesante - è prevista dall’articolo 576 del codice penale, e rimanda a 2º comma dell’articolo 61, quello appunto sulle circostanze aggravanti comuni. Consiste nell’«aver commesso il reato per eseguirne od occultarne un altro, avvero per conseguire o assicurare a sè o ad altri il prodotto o il profitto o il prezzo ovvero l’impunità di un altri reato». In sostanza, i tre avrebbero lasciato morire Tartari per evitare di finire nei guai per la rapina. Un’aggravante questa che, prima della sua abolizione, contemplava addirittura la pena di morte, e che ora porta diritti all’ergastolo.
La seconda “zavorra”, per gli imputati, è rappresentata dalle circostanze previste dall’articolo 577 del codice penale (sempre punibili con l’ergastolo), e relative al 4º comma sempre dell’articolo 61. È, questa, l’aggravante della crudeltà: «l’aver adoperato sevizie, o l’aver agito con crudeltà verso le persone».
Due circostanze aggravanti destinate a “blindare” la richiesta di carcere a vita al processo che si aprirà entro la primavera contro Ivan Pajdek, 51 anni, croato; Constantin Fiti, 22 anni, rumeno e Patrik Ruszo, 19 anni, slovacco.
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