Morì contro l’auto in panne: condannati
La macchina restò per oltre un’ora sulla carreggiata, senza nessun intervento per rimuoverla o segnalare il pericolo
Per oltre un’ora quell’auto abbandonata senza benzina lungo la Ferrara Mare rimase lì, sulla carreggiata, senz’altro segnale se non le quattro frecce che lo sconsiderato conducente della Opel aveva acceso prima di allontanarsi in cerca di carburante. Dalle 13.45 alle 14.55 di quel 20 agosto 2012 nessuno intervenne per rimuovere l’ostacolo o segnalare il pericolo: nè la Polizia stradale (Coa) di Bologna, nè la Società Autostrade, cui quel tratto di Superstrada è, a turno, di competenza. Nessuno fece nulla, nonostante le telefonate e le sollecitazioni di vari automobilisti allarmati: nessun mezzo inviato sul posto, nessun avviso sui pannelli elettronici.
A pagare, carissima, questa prolungata inerzia fu Ennio Accorsi, 57 anni, residente a Mirabello e dipendente Basell, padre di due figli e nonno innamoratissimo dei suoi nipoti: a bordo della sua moto Honda finì addosso all’auto in panne, cadde in mezzo alla carreggiata e venne investito da una seconda auto che procedeva sulla corsia di sorpasso.
Colpevoli di quella morte, per il tribunale di Ferrara, sono sia due poliziotti del Coa di Bologna e un dipendente della Società Autostrade - per il mancato intervento - sia il conducente che aveva abbandonato la macchina senza segnalare il pericolo. Il motivo di una condotta tanto assurda, da parte del conducente, emerse dopo i primi accertamenti: la Opel era stata rubata a Portomaggiore una settimana prima. Per questo ieri il tribunale (presidente Luca Marini, a latere Alessandra Testoni e Franco Attinà) ha condannato Sergio Bonora a 2 anni e 3 mesi per omicidio colposo, oltre a un anno per il furto (inizialmente era stata contestata la ricettazione) della Opel. Una condanna che ha accolto sostanzialmente la richiesta dell’accusa.
Ma per il tribunale sono da ritenersi colpevoli anche Gabriele Carlini, capo turno del Coa, il suo collega Marco Barbieri e il dipendente di Società Autostrade Giovanni De Luca: per tutti la condanna è stata di 6 mesi, con il riconoscimento delle attenuanti generiche e la sospensione condizionale della pena, a fronte dei due anni chiesti dal pubblico ministero. Tutti quanti, per il tribunale, devono rispondere del mancato intervento, nonostante il rimpallo di responsabilità tra imputati. La prima segnalazione dell’auto bloccata al km 4 della Ferrara Mare, tra gli svincoli per la Porrettana e l’Adriatica arrivò infatti proprio al confine tra il turno della Società Autostrade e quello del Coa, con gli uni convinti che fossero intervenuti gli altri, e viceversa. Distinzioni e scaricabarile che il tribunale ha ricondotto a un’unica responsabilità e a una sola, tragica conseguenza: la morte di Accorsi.
Assolto invece, perché il fatto non costituisce reato, un altro dirigente della Società Autostrdale, Mirko Nanni, finito a processo per favoreggiamento e rivelazione di segreti d’ufficio perché accusato di aver riferito al collega De Luca il contenuto delle relazioni di servizio dei poliziotti.
Condannati, infine, anche i soggetti citati come responsabili civili: il ministero degli Interni (per il Coa), la Società Autostrade e Unipol per il Fondo di Garanzia delle Vittime della strada perché l’auto non era assicurata (la proprietaria aveva infatti disdetto l’assicurazione dopo il furto). Tutti condannati dunque, in solido con gli imputati a risarcire le parti civili (assistite dall’avvocato Giampaolo Remondi), per le quali il tribunale ha fissato una congrua provvisionale.
Queste, dunque, per i giudici, sono state le condotte che hanno determinato la tragedia e non, come ha cercato di sostenere la difesa, un errore di valutazione o una disattenzione da parte della vittima. «L’auto si trovava su un rettilineo, era visibile da 150 metri di distanza e Accorsi, che procedeva a velocità moderata, non poteva non accorgersene», è stato osservato. Da qui l’ipotesi che l’impatto tra la moto e la Opel possa essere attribuito a un tentativo di sorpasso finito tragicamente per il mancato rientro tempestivo sulla corsia di marcia. E ancora: le difese degli operatori Coa e Autostrade hanno sostenuto che, se per oltre un’ora non erano avvenuti incidenti, il grado di pericolo determinato dall’auto in panne non era eccessivo. Tesi tutte respinte. «Quel giorno - ha replicato l’avvocato della famiglia Accorsi - chi doveva intervenire dimostrò un incredibile pressapochismo».
Alessandra Mura
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