Carife, ricorso a rischio dopo l’insolvenza
La sentenza del tribunale andrà acquisita all’udienza dell’1 marzo al Tar Confutate le istanza della Fondazione su bail-in, Bce e capitale residuo
La sentenza del tribunale fallimentare di Ferrara sullo stato d’insolvenza della vecchia Carife ha come effetto collaterale quello di mettere a rischio il ricorso della Fondazione contro la risoluzione. Può entrare in zona rinvio, tanto per iniziare, la data dell’1 marzo stabilita dopo il primo slittamento di inizio febbraio, motivato da un malanno di stagione del legale di Palazzo Crema: le cinque pagine stese dal giudice Anna Ghedini entrano in effetti nel merito di molte questioni sollevate dal ricorso della Fondazione, ed è intuibile che le parti oltre che gli stessi giudici del Tar debbano acquisirle e studiarle per bene. Nel merito, la sentenza, riprendendo i passaggi della relazione del commissario liquidatore Antonio Blandini, risponde a molte delle istanze contrarie alla risoluzione. A partire dalla validità della soluzione alternativa deliberata dall’assemblea del 30 luglio, autorizzata da Bankitalia, e cioè la ricapitalizzazione mediante il Fondo interbancario: «Nell’ambito della delibera stessa - si legge nella sentenza - si dava altresì atto che alla data dell’assemblea non risultava “ancora attuata in Italia la direttiva 2014/59/Ue del 15 maggio 2014, che istituisce un nuovo quadro di risanamento e risoluzione degli enti creditizi e delle imprese d’investimento: cioè che ha indotto necessariamente i Commissari Straordinari ad articolare l’operazione in esame senza considerare le possibili incidenze della stessa, particolarmente innovative rispetto alla disciplina oggi vigente, e salvo ogni ulteriore e diversa rappresentazione che immediatamente si esporrà nelle sedi competenti, qualora, nelle more, ciò accadesse, con eventuale interferenze con quanto in questa sede illustrato e proposto”». In sostanza, l’operazione era valida in assenza del bail-in, che è piombato su Carife il 16 novembre.
Banca d’Italia doveva rilasciare l’autorizzazione prima, senza coinvolgere la Bce, come sostiene la Fondazione? «Il competente organo di controllo bancario comunitario esprimeva orientamento sfavorevole a tale progetto, che pertanto non si presentava percorribile» prende invece atto la sentenza. Restava una quota di capitale residuo, oltre 11 milioni di euro, che «escludeva per definizione lo stato di dissesto», come sostiene il ricorso? «Al 30 settembre 2015 il capitale sociale risultava ormai integralmente perduto, individuandosi in quella data un deficit patrimoniale pari a circa 24,5 milioni di euro», con perdite ulteriori di 11,9 milioni fino alla fine dell’anno», scrivono i giudici.
Resta la questione di costituzionalità del bail-in.
Stefano Ciervo
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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