La Nuova Ferrara

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il crac della banca

La vecchia Carife è insolvente. In procura avanti tutta

di Daniele Predieri
La vecchia Carife è insolvente. In procura avanti tutta

Il procuratore capo di Ferrara Bruno Cherchi: "Studieremo la sentenza e valuteremo la bancarotta". Inchiesta per aggitaggio, falsi e ostacoli alla vigilanza e una decina di indagati. Altre ipotesi di accusa

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FERRARA. Prima c’era solo l’inchiesta madre, sull’aumento di capitale della vecchia Carife, ormai decollata con reati e una decina di indagati: un anno fa era solo una indagine conoscitiva, oggi ipotizza aggiotaggio, falsi in prospetti informativi e ostacolo alla vigilanza, reati legati all’aumento di capitale 2011.

Niente mani in mano. «Non siamo rimasti con le mani in mano rispetto un anno fa», spiega lapidario il procuratore Bruno Cherchi sull’evoluzione delle indagini. Ora, però, all’inchiesta madre si sommano tanti nuovi fatti, primo tra tanti l’insolvenza di vecchia Carife, presupposto del fallimento: «Aspettavamo la sentenza, venerdì scorso abbiamo ricevuto la comunicazione della dichiarazione d’insolvenza dal tribunale fallimentare, la studieremo attentamente e faremo quindi le nostre valutazioni».

Assediato dai cronisti. Cherchi, assediato dai giornalisti - ieri in sua attesa fuori dall’ufficio per oltre 2 ore - attendeva davvero i 6 fogli che i giudici fallimentari hanno riempito di numeri dichiarando l’insolvenza di vecchia Cassa di Risparmio di Ferrara. Perchè quei numeri ora permetteranno a procura e di finanza di verificare se vi sia stata bancarotta oppure no, quale tipo di crac - se semplice e fraudolento - e analizzare i motivi che hanno portato una banca solida (in apparenza?) a far fronte ad un buco conteggiato dai giudici per 433 milioni di euro, al 22 novembre 2015, epoca decreto salvabanche.

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Tanti numeri, diversi buchi

Ma non solo. L’altro numero su cui la procura si concentrerà è quello forse più importante per valutare se vi sia stato un dissesto in Carife: al loro arrivo nel 2013, e dopo due anni di lavoro e «svalutazioni necessarie nei comparti del credito e delle partecipazioni», i commissari di Bankitalia fotografarono la situazione di Carife indicando una perdita lorda di 376 milioni di euro: è questa la cifra che dovrà essere valutata attentamente dalla procura, per accertare le ragioni che l’hanno originata.

Svalutazioni e valutazioni. E soprattutto si dovrà andare a fondo per capire, se vi sono state «svalutazioni» compiute dai commissari, perché furono operate invece valutazioni eccessive sui conti di Carife da parte di chi governava la banca: insomma, si dovrà valutare se siano state fatte - ipotesi di scuola e null’altro, onnipresenti nei reati fallimentari - carte false oppure no.

Un mare di carte. Dunque, ora, dopo l’insolvenza dichiarata di Carife, la procura dovrà valutare un mare di carte, raccolte in oltre un anno e mezzo di inchiesta; dovrà studiare le pagine della sentenza d’insolvenza e soprattutto valutare, anche questa attentamente, la relazione che Antonio Blandini, nel nuovo ruolo di curatore dopo l’insolvenza Carife, dovrà inviare entro 60 giorni a giudici fallimentari e procura.

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Relazione e profili penali. Una relazione in cui dovrà, secondo il ruolo affidatogli dalla procedura fallimentare, indicare se vi siano stati comportamenti che possano avere rilievo penale nella gestione della banca. Parliamo, primi tra tutti, dei casi che hanno portato Blandini stesso e il collega Capitanio ad attivare l’azione di responsabilità civile per 309 milioni di euro (scontati a 100) per i casi Vegagest, Commercio e Finanza e altre operazioni in perdita (piccole, per entità). Solo dopo aver valutato tutte queste carte, l’ipotesi di bancarotta potrà essere contestata. Questo è tra le poche cose che spiega Cherchi: «non c’è automatismo» tra insolvenza e le ipotesi di bancarotta.

Il crac dopo le carte. Insomma, solo le carte, i numeri e le indicazioni di Blandini potranno dire se vi sia stato crac oppure no, se fraudolento o semplice. Tra le tantissime carte in possesso alla procura, dicevamo, vi sono soprattutto quelle relative all’aumento di capitale: si tratta dell’operazione che nell’estate 2011 portò Carife a superare un momento di estrema difficoltà, a sperare di poter ripartire, ma che, secondo addetti ai lavori, fu l’inizio della fine. Gli atti, le ipotesi di reato e la decina di indagati (chi siano non è dato sapere, al momento) indicano che vi furono quantomeno irregolarità. Da valutare penalmente.

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Troppi indotti in errore. L’offerta di azioni, inducendo in errore chi le comprava e gli organi che dovevano controllare l’operazione (ad esempio inviando informazioni non veritiere), secondo procura e Guardia di finanza di Ferrara si traduce in aggiotaggio, falsi in prospetti finanziari, ostacolo alla vigilanza. Stessi reati che vengono ipotizzati anche per altri istituti del salvabanche, Etruria prima tra tutti. L’aggiotaggio (bancario, diverso da quello di borsa) è reato difficile da dimostrare, per il quale sono previste durissime pene.

Convincere la fiducia. Un reato che scatta quando vengono divulgate, in qualsiasi forma, notizie false o esagerate sugli istituti di credito, turbando mercato o convincendo i clienti e tradendo la loro fiducia: comportamenti che vanno a incidere sull’affidamento concesso dai clienti della banca non dubitano sulla stabilità patrimoniale dell’ istituto, sul futuro di essa.

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