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Il monsignore gay nella trincea di Ferrara

di STEFANO SCANSANI
Il monsignore gay nella trincea di Ferrara

Krzysztof Charamsa ha fatto coming out durante il Sinodo della Famiglia Gli organizzatori sfidano il vescovo: «Confronto a due passi dal duomo»

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A Ferrara, non per caso. Lo si intuisce dalla dichiarazione del presidente provinciale dell’Arcigay Massimiliano De Giovanni: «Siamo felici ed orgogliosi della sua presenza, ci confronteremo a due passi dal duomo di Ferrara». Orgogliosi di monsignor Krzysztof Charamsa, il prete sospeso dal Vaticano perché ha manifestato la sua omosessualità, che sarà ospite d’onore del Tag Festival, domenica pomeriggio. Non per caso, perché questa è terra, giurisdizione, arcidiocesi di un altro monsignore che è di tutt’altra fatta e pasta: Luigi Negri.

L’Arcigay porta qui Charamsa apposta, nella Sala Estense, a neanche cinquanta metri dal palazzo vescovile e dalla cattedrale. Chiamatela come vi pare: provocazione, istigazione, controrisposta. Sta di fatto che monsignor Negri è ritenuto il primo rappresentante della gerarchia ecclesiastica conservatrice e tradizionalista, ha combattuto e combatte per la tutela della famiglia tradizionale, è un’avanguardia dell’opposizione alla legge contro l’omofobia, non ha riguardo nel bollare l’omosessualità: «Ora che sta ottenendo un riconoscimento sociale pensano di essere il meglio del meglio».

L’un contro l’altro armati nel ring di Ferrara. Non è un eccesso, se si considera che la nostra città è anche quella di nascita e residenza del presidente nazionale dell’Arcigay Flavio Romani, e contemporaneamente la sede del vescovo più chiaro e vigoroso, che non le manda a dire.

L’intervento di domenica nella Sala Estense di Charamsa si inquadra dunque nella questione ferrarese, ma anche in quella vaticana e in quella della legge sulle unioni civili (la Cirinnà, prevista a ferrara, non potrà essere presente). Quella vaticana è storica. Il 3 ottobre, alla vigilia del Sinodo della Famiglia, il prete polacco in un’intervista dichiarò la sua omosessualità, specificò di convivere con un compagno «felice e orgoglioso della propria identità».

Polacco, 43 anni, non è un monsignore di poco conto. Prima della sospensione immediata da tutti gli incarichi e in attesa di una decisione del suo vescovo, è stato docente di teologia nella Pontificia Università Gregoriana, nel Pontificio Ateneo Regina Apostolorum a Roma, per le cattedre di Teologia Spirituale nell'Istituto di Scienze Religiose connesso con l’ateneo e di Bioetica ed Etica medica nello stesso ateneo. Ed era segretario aggiunto della Commissione Teologica Internazionale. Un colpo basso. Qualcuno ha letto la sincronia del coming out di Charamsa con il Sinodo sulla Famiglia come un fatto strumentale, coordinato, a orologeria.

Devastanti per la Chiesa, l’ordinamento e la tradizione ecclesiastica le dichiarazioni del monsignore: «Dedico questo coming out alla persona che amo, al mio Eduard. Senza di lui io non saprei come trasformare la mia paura nella forza dell’amore, e lo dico come sacerdote cattolico innamorato di un uomo. Del celibato, di ciò che significa, di ciò che questa disciplina disumana della Chiesa costituisce, parleremo un’altra volta».

Charamsa aveva organizzato la conferenza stampa in un ristorante romano. Il monsignore gay si manifesta a Ferrara in un momento nel quale, comunque, l’arcivescovo Negri pare aver scelto una sorta di moderazione. Un atteggiamento meno acuminato. Giù i toni, tanto per capirci. La mutazione sarebbe avvenuta il 25 novembre scorso, quando il Fatto Quotidiano riportò una serie di frasi che il capo della Chiesa di Ferrara un mese prima avrebbe pronunciato su un treno Frecciarossa, di ritorno da Roma. A Negri furono attribuiti giudizi sui nuovi arcivescovi di Bologna e Palermo e quindi su Papa Francesco: “Speriamo che con Bergoglio la Madonna faccia il miracolo come aveva fatto con l’altro”. Immediati il clamore, le smentite, una richiesta d’incontro con il Santo Padre, e poi il prolungato periodo di tranquillità. Nonostante il quale monsignor Negri non ha mai tradito la sua provenienza, formazione in comunione e Liberazione, legami circa la dottrina, la tradizione, l’occidente cristiano. L’arrivo di Charamsa rompe la tregua. Il suo segnale: «Di vita ne abbiamo una sola e per vivere in eterno abbiamo bisogno di essere coerenti, perché Dio ci ama come siamo. Non ci ha creato difettosi e questo la Chiesa deve accettarlo, non può continuare a distruggerci la vita. Io ho vissuto quel terrore interiore per molti anni e non sapevo più come difendermi».

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