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«Le discriminazioni? Si combattono solo con l’educazione»

Nei giorni in cui spopola sul grande schermo The Danish Girl, incentrato sul dolore del rifiuto subito dal primo transgender della storia, a Ferrara cresce l'attesa per Michela Marzano, tra gli...


26 febbraio 2016


Nei giorni in cui spopola sul grande schermo The Danish Girl, incentrato sul dolore del rifiuto subito dal primo transgender della storia, a Ferrara cresce l'attesa per Michela Marzano, tra gli ospiti del Tag Festival con il suo ultimo “Papà, mamma e gender (Utet, 2015)”. La filosofa cattolica che parteciperà alla tavola rotonda di sabato 27, alle 16, che alla presentazione a Ibs+Libraccio, alle 18, vuol dare risposta trasparente: perché "gender" sta nel titolo come fosse qualcosa di diverso?

«È solo un gioco di parole. Cerco di far chiarezza su tutte le polemiche moltiplicate intorno al termine, utilizzando la formula di chi si dichiara "no gender" come fosse l'entità che minaccia la famiglia».

Che significa "genere".

«La polemica è stata montata intorno al termine inglese, sul quale esistono degli studi già dagli anni 60. Ho voluto sfatare alcune paure e mettere dei puntini sulle i».

A proposito di paura, cosa ne pensa di quella italiana?

«C'è stata una forte strumentalizzazione quando si è cominciato a trattare di unioni civili. Siamo molto arretrati. Spaventa tutto ciò che non si conosce e non si vogliono conoscere gli omosessuali e la loro normalità. L'Italia è rimasto l'unico paese che non consente loro di condividere gli stessi diritti di cui godono gli etero».

Mancano i diritti, non gli strumenti per ottenerli. Siamo in balia dell'ignoranza?

«Purtroppo la situazione odierna è risultato di vent'anni di telespazzatura in cui siamo tornati indietro. Si sono persi gli strumenti logico-argomentativi, la base per confrontarsi su idee. Si urla e ci si insulta. La famiglia "naturale" e l'omosessualità come devianza sono argomentazioni obsolete, vecchie di secoli».

Ma tra maschio e femmina: pesa più biologia o ideologia?

«Tra i vari argomenti trattati c'è la presunta predominanza del biologico genetico. La sistematica identificazione che sfocia in paternità e maternità cancella quello che è la realtà di essere genitore. Ma si diventa tali solo nel momento in cui se ne accetta la responsabilità. È un prendersi cura, un accompagnare, un amare il figlio, non basta fecondare o metterlo al mondo. I genitori adottivi sono i veri genitori di un bimbo, anche se non c'è alcun legame genetico. È un ruolo che si esercita indipendentemente dalla biologia».

E le discriminazioni?

«L'unico modo di combatterle è l'educazione. Insegnamento e cultura costituiscono la prevenzione al problema. Mi stupisce sempre che gli stessi a commuoversi di fronte a un fatto drammatico, come un suicidio da bullismo omofobico, a scuola non contestino la disuguaglianza tra i generi. L'Italia si è impegnata attraverso la strategia delle tre P: punire, proteggere e prevenire. La terza resta la più importante e la più sottostimata».

Matteo Bianchi

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